Gli O.P.G. (Ospedali Psichiatrici Giudiziari)

– di Antonietta Pedrinazzi

Cura e custodia rappresentano due funzioni spesso in conflitto tra loro e da questa ambiguità emerge la sostanziale inadeguatezza del sistema.

Nato come “triste contenitore” di reietti e disgraziati, il manicomio giudiziario che, a seguito della l. n. 375/75, ha cambiato il nome in ospedale psichiatrico giudiziario (O.P.G.), ha ampliato nel corso della storia le sue tipiche funzioni di custodia combinandole con quelle di cura e di recupero dei malati di mente autori di reato. Cura e custodia, tuttavia, rappresentano due funzioni spesso in conflitto tra loro e da questa ambiguità emerge la sostanziale inadeguatezza del sistema, quando inteso e operante come “sistema chiuso” e autoreferenziale. Da qui l’importanza della pronuncia della Corte costituzionale del 18 luglio 2003, la n. 253, che ha mutato sensibilmente il quadro normativo della materia e ha indicato la strada di un ripensamento del sistema delle misure di sicurezza escludendo, anche per l’infermo di mente, l’automatismo di una misura segregante e “totale” come il ricovero in O.P.G. e indicando, per contro, la possibilità di adottare un’altra fra le misure di sicurezza previste dalla legge, vale a dire la misura della libertà vigilata, accompagnata da prescrizioni idonee, nella specie, a evitare la commissione di nuovi reati. Ne consegue la necessità dell’intensificarsi della collaborazione tra magistratura, uffici di esecuzione penale esterna (U.E.P.E.) e autorità sociosanitarie del territorio coinvolte nel trattamento dei condannati dimittendi dagli O.P.G., in considerazione delle particolari condizioni di tali soggetti («per molti versi assimilabili a quelle di una persona bisognosa di specifica protezione come il minore» si dice nel testo della pronuncia della Corte), nei cui confronti vanno perciò predisposti progetti o programmi riabilitativi personalizzati. Ma la presa in carico territoriale dei condannati con problematiche psichiatriche è alquanto complessa, coinvolge diversi servizi – la magistratura, gli operatori degli O.P.G., le forze dell’ordine, gli U.E.P.E., i centri psicosociali (C.P.S.) e, talvolta, anche i servizi per le tossicodipendenze (SerT), i medici penitenziari, i comuni con i loro servizi socioassistenziali e le associazioni del volontariato – i quali, per gestire “in sicurezza” tale tipologia di utenti, necessitano di un coordinamento fra loro, di una chiara e precisa definizione delle specifiche nonché complementari e, spesso, contigue competenze, oltre che di risorse ad hoc.
A tal fine vanno predisposti appositi protocolli d’intesa tra gli U.E.P.E. dell’Amministrazione penitenziaria e le autorità sanitarie territoriali coinvolte nel trattamento di questi soggetti, vista la loro particolare condizione e la necessità di predisporre progetti riabilitativi personalizzati nei loro confronti e a tutela della collettività.
I comuni possono, anzi debbono, prevedere interventi e risorse anche economiche all’interno dei Piani di zona.
Le regioni dispongono invece dello strumento denominato Piano regionale di salute mentale, all’interno del quale prevedere:

  • oltre alle strutture di residenzialità psichiatrica, anche la costituzione di una funzione di riferimento strettamente collegata con gli O.P.G., con il territorio e con i servizi competenti, che promuova progetti di risocializzazione, formazione e inserimento lavorativo;
  • all’interno dell’ospedale psichiatrico giudiziario nelle regioni che ne ospitano uno, la promozione di interventi innovativi come la creazione di piccole comunità sperimentali e di forme di assistenza orientata a favorire la dimissione nonché percorsi concreti di uscita dall’O.P.G. dei pazienti dimissibili dal punto di vista formale.

Sarebbe altresì da prevedere e promuovere la pianificazione di una rete di cura e di assistenza che coinvolga, oltre agli operatori istituzionali e dei servizi, anche i familiari dei condannati-pazienti psichiatrici, i quali rappresentano in molti casi una risorsa importante e un valido supporto che, come tale, va sostenuto dal punto di vista sia psicopedagogico sia della contribuzione economica.