Il diritto penitenziario tra fervori normativi e vischiosità organizzative

– di Marta Lamanuzzi e Fabio Gino Seregni

«Affrontare il problema del sovraffollamento carcerario significa dare respiro in senso fisico e morale alla dignità della persona del detenuto e ciò richiede una “svolta di respiro” (per riprendere una bella immagine di Antonio Spadaro e del poeta Paul Celan) delle politiche penali: una progettazione di lunga durata, non i soliti interventi tampone, sempre di troppo “corto respiro”», afferma Gabrio Forti, Preside della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Professore ordinario di Diritto penale e Criminologia e Direttore del Centro Studi ‘Federico Stella’ sulla Giustizia penale e la Politica criminale (CSGP), introducendo l’incontro di studi dal titolo Il diritto penitenziario tra fervori normativi e vischiosità organizzative, tenutosi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano lo scorso 6 maggio 2014. L’evento è stata una preziosa occasione di riflessione e scambio tra relatori che, da prospettive diverse, accademiche e professionali, si occupano quotidianamente di problematiche penitenziarie.

1fortiTale iniziativa si iscrive, come ha ricordato Gabrio Forti, in quella tradizione del pensiero penalistico dell’Università Cattolica di cui Federico Stella è stato il precursore. Secondo tale prospettiva, per ‘maneggiare’ sapientemente lo strumento della sanzione penale, occorre pronosticarne gli effetti, «partire dal fondo per risalire alla radice». Ciò comporta la necessità da parte del legislatore e di tutti gli operatori giuridici di prestare – con le parole di Simone Weil – la «dovuta attenzione» alla realtà fattuale e, in particolare, alle possibili conseguenze delle scelte di politica criminale in relazione agli obiettivi prefissati. In tal senso, affrontare le tematiche legate alla realtà carceraria non significa solo confrontarsi con il dato statistico del sovraffollamento, secondo l’ammonimento contenuto nella sentenza Torreggiani della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, vale a dire con quanti posti letto o metri quadrati pro capite siano disponibili nelle strutture, ma, ancor prima, riflettere sulla matrice culturale delle scelte normative che hanno portato alla situazione odierna. Per dare respiro ai detenuti, pertanto, occorrono anzitutto proposte di riforma dotate di respiro, formulate calibrando attentamente gli obiettivi da perseguire alla loro concreta possibilità di realizzazione. Solo in quest’ottica di costante confronto con la realtà fenomenica, infatti, conclude Gabrio Forti, nelle scelte prese sul mondo e per il mondo, può essere attuata quell’idea di giustizia sostanziale che consente, nel pensiero di Amartya Sen, la piena realizzazione della persona umana.
angelo-giarda_0469I dati riferiti da Angelo Giarda, già Professore ordinario di Diritto processuale penale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, sono lo specchio di una realtà inquietante. Secondo le più recenti statistiche, il numero di detenuti presenti nelle carceri italiane è di circa 59.683, a fronte di una capienza regolamentare di 49.091 posti. Si rileva, quindi, un esubero di circa diecimila persone, le quali si trovano a vivere in una condizione non solo metaforica, ma, prima ancora, materiale di ‘mancanza di aria’. La proposta di risolvere il problema costruendo nuove carceri – ricorda il Professor Giarda – non è per nulla convincente, in quanto «il problema non sono le carceri, ma il carcere», vale a dire il modo di concepire la risposta al reato. Occorre, innanzitutto, analizzare il problema e proporre soluzioni differenziate per le diverse macro categorie di cui si compone la popolazione carceraria. Per quanto concerne i detenuti c.d. «definitivi», urge un ripensamento del ‘punire’ fondato sul superamento del monopolio della pena detentiva. Una recente riforma (v. l. n. 67 del 28 aprile 2014) ha introdotto rilevanti innovazioni in materia penale e penitenziaria, quali la previsione della messa alla prova per gli adulti (istituto traslato dal processo minorile), l’estensione della liberazione anticipata e l’implementazione della funzione giurisdizionale del Tribunale di Sorveglianza. Tuttavia, sebbene si tratti di strumenti e modifiche potenzialmente idonei alla riduzione del problema del sovraffollamento, gli esiti attuativi della riforma potranno essere valutati solo nel lungo periodo.

Altro dato da tenere in considerazione è la massiccia presenza di stranieri nelle strutture detentive, a oggi circa 20.521 persone. Secondo Angelo Giarda, tale fenomeno è il frutto dell’interazione di due tendenze: da una parte, la carente cooperazione sovranazionale nella gestione dei flussi migratori, quanto mai necessaria per rispondere alle crescenti richieste di asilo e accoglienza; dall’altra, le politiche restrittive in materia di sicurezza, che hanno di fatto precluso l’attuazione del principio di rieducazione ex art. 27, co. 3 Cost., nonché il (re)inserimento dello straniero nel corpo sociale.

Non va dimenticato inoltre che, insieme ai condannati in via definitiva, circa 22.000 persone si trovano negli istituti carcerari in stato di custodia cautelare. In base all’art. 274 c.p.p., come noto, quattro sono i requisiti di applicabilità della misure che più duramente incidono sulla libertà personale: pericolo di fuga, pericolo di inquinamento probatorio, pericolo di reiterazione del reato e pericolo di commissione di reati contro l’ordine pubblico. Tuttavia, nella prassi – come ha avuto modo di constatare Angelo Giarda nei lunghi anni di esercizio della professione forense – l’utilizzo della misura custodiale spesso viene distorto in ragione di fini diversi, quali quello di ottenere una chiamata in correità da parte dell’indagato o la confessione del reato a questi contestato. È evidente, quindi, che un’applicazione più rigorosa della normativa in materia di custodia cautelare porterebbe a una significativa riduzione della popolazione carceraria.
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Successivamente Don Virgilio Balducchi ha portato la sua lunga esperienza di Ispettore generale dei Cappellani delle Carceri Italiane. I luoghi di detenzione – ha affermato in esordio – sono luoghi sommersi nel «silenzio sociale». La condizione di emarginazione e di «privazione di voce» in cui versano i detenuti sembra essere in netta antitesi rispetto alle voci altisonanti e concitate con cui giornali e televisione presentano i fatti di reato. Il circuito comunicativo crimine-media-opinione pubblica nella narrazione e interpretazione del delitto alimenta anziché sedare il desiderio di vendetta suscitato dal male inflitto. La lacerazione prodotta dal reato non viene ricucita con la sentenza di condanna, ma anzi aumenta la distanza tra la vittima e il reo: la prima lasciata sola con il proprio dolore, il secondo recluso nel limbo del carcere. In tal senso, l’assenza di spiegazione del male avvenuto, che si presta così a essere stigmatizzato dalla «società dei giusti», nella quale il male è visto come «altro da sé», è seguita da un periodo di detenzione che non ‘rieduca’, ma finisce per atrofizzare qualsiasi desiderio di vita e di cambiamento del reo. L’autore del crimine, conclude Don Balducchi, e l’intera società hanno, al contrario, un disperato bisogno di confrontarsi con il male di cui il crimine è portatore, al fine di rielaborarlo, di imparare da esso e coltivare così il progetto di un cambiamento condiviso.

esuebiA bene vedere, secondo la metafora utilizzata da Luciano Eusebi, il sistema sanzionatorio italiano presenta le caratteristiche di un «imbuto»: l’inflizione della pena detentiva è il foro ristretto attraverso il quale passa la maggior parte dei procedimenti. Le statistiche, tuttavia, dimostrano inesorabilmente l’inefficacia di tale monopolio: il settanta per cento dei condannati rimasti in carcere fino a fine pena, una volta uscito, è tornato a delinquere; tra coloro cui sono state concesse misure alternative, invece, i tassi di recidiva sono drasticamente inferiori.

A contribuire ai noti effetti ‘criminalizzanti’ del carcere – ricorda la Dott.ssa Giovanna Di Rosa, Magistrato di Sorveglianza e membro del Consiglio Superiore della Magistratura, – è la completa ‘eterogestione’ del detenuto da parte dell’amministrazione penitenziaria, anche nelle più banali attività della vita quotidiana. L’assenza di autonomia nelle proprie scelte, come già evidenziava Erving Goffman, in Asylum, a proposito delle istituzioni totalizzanti, non consente al detenuto di sviluppare quel senso di responsabilità per le proprie azioni necessario per qualsiasi percorso di rieducazione.

rosaSul versante dell’esecuzione della pena, è auspicabile, inoltre, un incremento del dialogo tra gli operatori della Magistratura di Sorveglianza al fine di rendere il più possibile uniformi e ‘giusti’ i criteri decisionali. Prima di concentrarsi sull’esecuzione della pena occorrerebbe, però, ripensare alla concezione stessa della pena, secondo Luciano Eusebi, Professore ordinario di Diritto penale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, su di essa il legislatore dovrebbe intervenire. L’idea cardine su cui si è storicamente imperniato il ‘punire’, declinata con sfumature diverse a seconda dell’epoca e delle correnti filosofiche o politiche del momento, è quella del corrispettivo, del «negativo per il negativo». Solo recentemente si va affermando la convinzione che la pena non debba consistere in una privazione di diritti, in una afflizione fine a sé stessa, ma debba invece consistere in un progetto, in un percorso, senza dubbio faticoso, ma pensato per e non contro il reo. Di pari passo con tale rinnovata concezione del ‘punire’, dovrebbe gradualmente erodersi la convinzione, fortemente radicata nell’opinione pubblica, che tutto ciò che non sia detentivo defletta dall’ottica preventiva. La prevenzione, infatti, non si persegue attraverso la logica della deterrenza, della minaccia del corrispettivo, ma rafforzando il consenso attorno ai valori posti a tutela dalle norme, tramite strumenti di prevenzione primaria, anche culturale, che intervengano sui fattori criminogeni, cercando di eliminarli o ridurli.

ferrarellaEsponente del mondo dei media, Luigi Ferrarella, giornalista, cronista giudiziario del “Corriere della Sera”, ha analizzato le statistiche aggiornate che attestano un esubero di oltre diecimila persone rispetto alla capienza regolamentare delle carceri. Sebbene a un primo sguardo tali dati testimonino un netto miglioramento rispetto alla situazione di cinque anni fa, è opportuno esaminare molto attentamente l’effettiva qualità della vita in carcere. Lo sforzo messo in atto dall’amministrazione penitenziaria è quello di rispettare il limite formale dei tre metri quadrati pro capite, stabilito dalla Corte EDU, al di sotto del quale il trattamento del detenuto è considerato inumano. Luigi Ferrarella, tuttavia, consiglia di focalizzare l’attenzione, più e prima che sui metri quadrati a disposizione del detenuto, sulle condizioni in cui la pena viene scontata. Un buon inizio per curare le ‘patologie’ della realtà carceraria consisterebbe nell’applicazione rigorosa dell’esistente normativo, ad esempio rendendo il più possibile effettive le norme che prevedono il lavoro all’interno delle strutture. Non esistono rimedi a breve termine, salvo provvedimenti straordinari di amnistia e indulto, e la complessità dei problemi e delle tematiche coinvolte, quali la tutela del reo e della sua libertà e la risposta alle istanze di sicurezza sociale, non possono che ampliare la portata degli interrogativi sul carcere.

mazzuccatoConclude la serie di interventi Claudia Mazzucato, Docente di Diritto penale e penale minorile nella Facoltà di Scienze politiche e sociali presso l’Università Cattolica di Milano e mediatrice penale, la quale ribadisce come, ancora oggi, uno dei profili caratterizzanti lo Stato moderno sia il monopolio nell’esercizio della violenza. L’esperienza giuridico-culturale della CEDU insegna, invece, che il diritto non è violenza, ma è, semmai, protezione delle persone attraverso la creazione delle condizioni necessarie a una convivenza pacifica. La Giustizia ha bisogno di recuperare un’aurea positiva, svincolandosi dalla pena e dalla coazione e reindirizzandosi verso nuovi e migliori fini: «non più obbligare, costringere o punire, ma proteggere, promuovere e ricostruire».

Infine, Claudia Mazzucato muove alcune critiche sul recente novum legislativo. La l. n. 67 del 2014, pubblicata sulla G.U. del 2 maggio 2014, benché proponga misure alternative alla detenzione in senso stretto, non si fa ancora portatrice dell’esigenza di ripensare le modalità di risposta al reato. La riforma, infatti, da una parte, contiene evidenti profili di «intensificazione» del trattamento sanzionatorio, in quanto le misure premiali ne escono «arricchite» di strumenti afflittivi; dall’altra, implementando la detenzione domiciliare, al posto di quella carceraria, non abbandona il monopolio della detenzione, ma sostituisce semplicemente i luoghi della reclusione.

È importante, in ultima analisi, formulare risposte al reato che si configurino come progetti personalizzati e capaci di contrastare gli interessi in gioco. Il compito della Giustizia dovrebbe essere quello di «giustificare», nel senso di «rendere giusti», i rapporti incrinati dal trauma del crimine. Molte speranze sono riposte in tal senso nella giustizia riparativa e nella mediazione penale, che riflettono l’immagine di una Giustizia «riconciliativa», che, a differenza della giustizia tradizionale, non divide ma cerca di rimettere insieme ciò che il crimine ha frantumato e persegue un obiettivo fondamentale sia per la responsabilizzazione e risocializzazione del reo sia per lenire le sofferenze della vittima: l’emersione della verità.

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