Maternità attenuata

– di Marzia Tosi

È assai noto che la detenzione femminile costituisce, dal punto di vista numerico, un fenomeno assolutamente marginale: i dati forniti dal Ministero della Giustizia negli ultimi anni mostrano infatti come le donne detenute si siano assestate su di un valore che oscilla tra il 4% e il 5% dell’intera popolazione privata della libertà personale.
Non sono invece affatto marginali le problematiche connesse alla detenzione femminile, tra cui spicca quella relativa alla genitorialità: questo è tanto più vero se si tiene presente l’entità del fenomeno, che vede – per quanto riguarda il nostro Paese – il 73% di madri tra le donne recluse; tra cui il 42% con figli minori(1).
Con riferimento alle donne che hanno figli fuori dall’istituto, le maggiori criticità concernono la separazione al momento dell’ingresso in carcere, la difficoltà a mantenere quei rapporti con la famiglia (e dunque con la prole) che costituiscono una delle fondamenta del trattamento penitenziario, nonché la discriminazione e lo stigma che facilmente colpiscono i figli a causa della loro associazione con la madre detenuta, spesso considerata quale inidonea caregiver.

Proprio la consapevolezza del rischio che il figlio della donna reclusa possa essere stigmatizzato, ha indotto il Committee on the right of the Child a precisare che gli Stati dovrebbero conformare la normativa al fine di evitare indebite ingerenze esterne(2).
Inoltre il Comitato, riunitosi nel Settembre 2011 nell’ambito del General Discussion Day dedicato proprio al tema di cui stiamo occupandoci, si è concentrato sul delicato momento dell’arresto, dettando le modalità da adottare al fine di ridurre il più possibile l’impatto negativo che in ogni caso l’evento stressante comporta(3).

Se questa costituisce la situazione numericamente più rappresentata, ancor più peculiare è quella che riguarda le madri che, in conformità alla normativa vigente, sono autorizzate a tenere la prole presso di sé: ci troviamo qui all’interno di un trend lievemente altalenante negli ultimi dieci anni, che ha visto il suo picco massimo nel giugno nel 2001, data in cui si contavano sessantotto detenute madri con ottantatré figli in istituto e ventuno donne in stato di gravidanza. Se si esclude la rilevazione effettuata a giugno del 1994, i dati ministeriali aggiornati al 31 dicembre 2013, rilevano i numeri in assoluto più contenuti nell’arco di tempo considerato, data la presenza di diciassette donne in gravidanza e quaranta madri recluse con altrettanti figli minori in istituto. Nella maggior parte dei casi, si tratta di donne provenienti da contesti di marginalità e degrado sociale, il più delle volte sono straniere con un basso grado di scolarizzazione, spesso single che hanno avuto figli in giovanissima età. Gli illeciti penali che le hanno viste protagoniste afferiscono principalmente all’area dei reati contro il patrimonio, alla prostituzione e alla violazione della normativa sugli stupefacenti.
Diversi studi hanno denunciato gli effetti negativi che l’ambiente penitenziario riverbera sui minori: molti di essi sviluppano un attaccamento insicuro dovuto al legame simbiotico che si crea con la madre e mostrano una certa difficoltà a separarsi da essa anche per brevi periodi; spesso la carenza di stimoli è causa di atti di autolesionismo, nonché di ritardi nello sviluppo cognitivo e linguistico: con particolare riferimento a tale punto, è fin troppo noto quanto il gergo carcerario differisca dal linguaggio del mondo esterno; non è raro che il bambino apprenda il primo come lingua d’origine, cosicché tra le prime parole che esso utilizza troviamo sovente termini quali “apri”, “chiavi” e “aria”(4). Accanto a tali problematiche, figurano anche irrequietezza, facilità al pianto, inappetenza, apatia e difficoltà di sonno: in particolare, sono state rilevate alterazioni del ritmo sonno/veglia in stretta correlazione coi tempi di chiusura delle celle(5). Evidenti criticità emergono poi con prepotenza al momento del necessario abbandono dell’istituto da parte del minore, che viene affidato a parenti o condotto in case famiglia, qualora la prima via sia impraticabile.
Uno studio esplorativo svolto all’interno della Casa Circondariale di Torino ha messo in luce le forti preoccupazioni delle detenute madri verso i figli minori che con esse sono reclusi:

superimposed colorful silhouettes of young woman and her little child stretching his arms to her

Manca lo spazio che qui non è adatto per un bambino. Non c’è uno spazio di aria con i giochi dove le mamme possono giocare con i propri figli. È un posto pericoloso, pieno di spigoli e ferro, devo fare più attenzione a tutto, anche dentro la cella. Vorrei cucinare per il mio bambino e invece non posso farlo, e poi il mio bimbo non è capace di magiare da solo, perché lo devo imboccare, non ci sono seggiolini, non c’è un tavolo della misura dei bambini e neanche le sedie […]. I bambini che nascono in carcere non hanno punti di riferimento, gli mancano gli esempi e ho paura che mio figlio non scorderà mai questa esperienza, anche se è molto piccolo. I bimbi che abitano qui in carcere sono come quelli delle case famiglia, non vivono in un posto normale, gli manca qualcosa, non hanno le stesse cose per crescere. Penso che mio figlio percepisca la mancanza di libertà, penso di sì, anche se è nato in carcere e non conosce la vita fuori, non l’ha mai provata. Lui non può sapere com’è fuori, è questo il problema(6).

Apparirà dunque evidente come l’esiguità numerica del fenomeno non possa sfociare in una scarsa considerazione dello stesso: la presenza di minori all’interno dei penitenziari italiani stride evidentemente con il principio di personalità della pena enunciato dall’articolo 27 della nostra Carta costituzionale e con la normativa sovranazionale, che pongono tali vulnerabili soggetti al centro di ogni interesse(7). Si pensi poi alla rilevanza che alla famiglia viene riconosciuta anche in ambito intramurario: l’articolo 15 della legge 354/1975 definisce i rapporti con la stessa come uno degli elementi fondanti il trattamento, mentre l’articolo 28 stabilisce che particolare cura dev’essere dedicata a mantenere, migliorare o ristabilire tali relazioni. Ciò assume una profonda valenza con riferimento al rapporto madre-figlio non solo perché, come l’evidenza empirica e la consolidata letteratura dimostrano, esso è fondamentale per lo sviluppo della futura personalità del bambino, ma anche per la rieducazione e il reinserimento della donna privata della libertà personale: le ricerche in materia dimostrano infatti che l’ambiente familiare di supporto rappresenta il maggior incentivo a non reiterare il reato.
Per quanto concerne gli strumenti internazionali posti a tutela del rapporto tra madre e figlio, è stato rilevato come essi si focalizzino in particolare sul fatto che, essendo la prima sovente l’unica responsabile del minore, debba provvedere alla totalità di risorse necessarie(8). La presa di coscienza, da parte del legislatore italiano, delle problematiche cui ci riferiamo è avvenuta anzitutto con la legge Gozzini: essa apportò una serie di modifiche all’Ordinamento penitenziario inserendo, tra gli altri, l’articolo 47-ter, che sancì per la donna incinta o madre di prole di età inferiore ad anni tre con lei convivente la possibilità della detenzione domiciliare, nel caso di non concessione dell’affidamento in prova ai servizi sociali, ove si trovasse a dover scontare una pena detentiva di due anni, anche se costituente parte residua di maggior pena. Lo stesso articolo fu poi rivisitato dalla legge Simeone-Saraceni, che comportò un ampliamento della portata applicativa della norma sia con riferimento al quantum di pena da espiarsi, innalzato a quattro anni, sia con riferimento ai soggetti: a conferma di una maggiore tutela del minore e del rapporto genitoriale, la possibilità di scontare la pena in misura alternativa fu dunque estesa al padre, nel caso di decesso o assoluta impossibilità della madre a prestare assistenza alla prole.
Successivamente, nel 2001, fu la legge Finocchiaro a tornare sulla tematica de qua, intervenendo sia sul Codice penale, sia sull’Ordinamento penitenziario, nel quale prese vita l’articolo 47-quinquies sulla detenzione domiciliare speciale: al fine di ripristinare la convivenza coi figli, venne sancita  la possibilità di essere ammesse a tale misura alternativa, anche nel caso di pene di lunga durata, per le madri di prole di età inferiore ad anni dieci, dopo l’espiazione di un terzo della pena (o di quindici anni, in caso di ergastolo). Con la contestuale introduzione dell’articolo 21-bis, fu poi estesa la portata applicativa dell’articolo 21 sul lavoro esterno, con la previsione della possibilità per la madre (o per il padre, in caso di decesso o impossibilità della prima) di essere ammessi alla cura e all’assistenza all’esterno dei figli minori di anni dieci. Le modifiche al Codice penale hanno invece inciso sul rinvio obbligatorio e facoltativo dell’esecuzione della pena per la madre, prevedendo la protrazione del primo fino ad un anno di età del bambino (in luogo dei precedenti sei mesi) e del secondo fino al compimento del terzo anno del minore.
In termini temporali, l’ultimo riferimento normativo che dobbiamo tenere presente per la materia de qua è la legge 21 aprile 2011, n. 62. Essa ha apportato una serie di modifiche al Codice di procedura penale e, ancora una volta, alla legge 354/1975, dettando ulteriori disposizioni a tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori e introducendo sostanzialmente nuovi istituti atti ad operare nell’ambito delle misure cautelari e in quello dell’esecuzione penale. Ci preme chiarire sin d’ora che le disposizioni contenute nel primo articolo della succitata legge, dedicato alla custodia cautelare, sono state oggetto di un particolare ed assai discusso regime transitorio, che ha previsto la loro entrata in vigore alla completa attuazione del piano straordinario penitenziario e comunque a decorrere dal 1° gennaio 2014.
La norma ha inciso sull’articolo 275 del Codice di rito, prevedendo l’incompatibilità della custodia cautelare in carcere con una serie di situazioni, tra cui anche quella della madre di prole di età inferiore ad anni sei con lei convivente: stando ai lavori parlamentari, il riferimento è stato innalzato dai tre ai sei anni in quanto tale età coincide con l’assunzione dei primi obblighi di scolarizzazione da parte del minore. Per ciò che concerne la più tenue misura cautelare degli arresti domiciliari, è stato previsto che essa possa essere attuata, oltre che nei luoghi classici di abitazione, di privata dimora e in quelli pubblici di cura e assistenza, anche presso una cosiddetta casa famiglia protetta. Sui tratti caratterizzanti tali istituti avrebbe dovuto pronunciarsi, entro centottanta giorni, un decreto attuativo del Ministero della Giustizia da adottarsi d’intesa con la Conferenza Stato, Città ed autonomie locali. Tuttavia solo il 26 luglio 2012 venne emanato un decreto ministeriale che, difettando della succitata intesa, fu poi revocato con D.M. 11 gennaio 2013. Più tardi, raggiunta la condizione prevista dalla legge, prese vita il D.M. 8 marzo 2013, il quale detta le caratteristiche che devono connotare tali strutture: pensate per tutelare il minore e il rapporto genitoriale, esse devono essere collocate in contesti dove sia possibile l’accesso ai servizi territoriali e socio-sanitari, la scansione temporale delle giornate deve rispettare quella propria della vita quotidiana ispirata a modelli familiari e non devono mancare spazi dedicati alle attività ludiche dei minori ed aree dedicate ai colloqui che favoriscano il mantenimento e la creazione di legami affettivi. È inoltre necessario evitare l’eccessivo affollamento di tali strutture, motivo per cui esse possono ospitare al massimo sei nuclei familiari, nonché tenere conto delle esigenze di riservatezza e differenziazione che sorgono qualora siano presenti utenti di sesso maschile. Infine, dev’essere tenuta presente la previsione secondo la quale il Giudice, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, può stipulare convenzioni con gli enti locali, al fine di individuare strutture da utilizzare come case-famiglia protette(9).

Ed eccoci di fronte all’articolo 285-bis del Codice di procedura penale, relativo alla custodia cautelare in Istituto a custodia attenuata per detenute madri, e quindi a quello che la stessa Amministrazione Penitenziaria ha qualificato come suo “fiore all’occhiello”. Si parla dunque di ICAM – questo l’acronimo – come di un’importante risorsa al fine di eludere almeno parzialmente le conseguenze dannose che si riverberano sul minore che sia all’interno dell’ambiente penitenziario. Tali istituti si caratterizzano infatti per l’affievolimento degli elementi pregnanti delle strutture carcerarie e dunque per l’assenza di sbarre alle finestre, per il fatto che il personale di polizia penitenziaria opera con abiti civili anziché in divisa e per la presenza di professionisti dell’area minorile. Coloro che si qualificano come potenziali destinatari della struttura sono, da un lato, le madri che non hanno ottenuto la concessione degli arresti domiciliari per carenza dei requisiti (si pensi all’assenza del domicilio), ma nei confronti delle quali le esigenze cautelari non siano così pregnanti da giustificare la loro permanenza in istituto ordinario; dall’altro – come verrà ribadito infra – le madri che qui si trovano a scontare il periodo di pena (un terzo o quindici anni) necessario per poi poter accedere alla detenzione domiciliare speciale. Ciò, a sua volta, ha riflessi sull’utenza minorile che negli ICAM può essere ospitata: nel primo caso il riferimento è ai minori di anni sei, nel secondo l’età è estesa fino ai dieci anni(10).

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L’esperienza pilota è quella dell’ICAM di Milano, dipendente dalla direzione della Casa Circondariale di San Vittore, che esiste sin dal 2006 e che ad oggi ha potuto ospitare circa quattrocento detenute. La realizzazione dell’iniziativa è stata possibile grazie all’accordo tra Ministero della Giustizia, Regione Lombardia, Comune e Provincia di Milano, la quale si è resa disponibile a destinare allo scopo un ampio stabile del Novecento adeguatamente ristrutturato. La struttura, disposta su di unico piano, vanta la presenza di sale colloqui, di una stanza polivalente attrezzata a biblioteca e dotata di televisori e computer e di una ludoteca, oltre a cucina, infermeria, sei camere da letto ed un giardino esterno.
Il modello adottato e gli obiettivi perseguiti sono rinvenibili nel Progetto educativo 2008 della direzione della Casa Circondariale di San Vittore, a cura di Giovanna Longo:

La struttura si rifà al modello organizzativo dall’Icatt (D.P.R 309/90 art. 95) anche se non ne possiede l’aspetto terapeutico in quanto adotta uno strumento operativo di tipo comunitario. La persona è soggetto attivo in relazione con l’altro: ogni ospite della casa viene considerato un individuo attivo, autore/attore capace di operare le proprie scelte, la cui soggettività è co-costruita (costruita insieme) attraverso un processo circolare che coinvolge la persona e il contesto interattivo-relazionale, socio-culturale e normativo in cui essa si colloca. Questo modello pedagogico sistemico-relazionale intende aprirsi alla collaborazione e all’esperienza dei servizi educativi per l’infanzia e le famiglie presenti sul territorio per offrire ai bambini e alle madri occasioni di socializzazione e proposte educative che si pongono in una prospettiva di prevenzione primaria e di promozione delle risorse delle madri e dei bambini. A livello pedagogico ci si riferisce all’idea di un’educazione intesa come umanizzazione sulla base dell’indirizzo personalista. Nella struttura, orientata alla condivisione della vita quotidiana, si segue un modello di tipo familiare sottolineando, in questo modo, la matrice strutturale dell’agire educativo nel duplice significato di e-ducere ovvero tirare fuori dal soggetto le proprie potenzialità ed il suo intensivo educare ovvero allevare, accudire nell’ottica generale che comunque non è il singolo operatore ma l’ambiente che fa terapia.
Possiamo pertanto parlare di istituto di custodia attenuata per madri (ICAM), orientata in senso educativo-relazionale, le cui finalità generali possono così definirsi:

  • creare percorsi di autopromozione e reinserimento sociale in modo che la mamma e il bambino, e più in generale il nucleo familiare, possa successivamente trovare una propria stabilità e solidità;
  • favorire percorsi di cambiamento nelle donne detenute attraverso la progettazione e realizzazione di un programma di osservazione e trattamento individualizzato che, partendo dall’analisi dei bisogni e dalla domanda dell’interessata, miri a modificarne in positivo i comportamenti devianti, attraverso l’offerta di sostegno psico-sociale e l’individuazione di risorse strategiche di cambiamento nel suo contesto di vita.

Gli obiettivi generali possono poi così individuarsi:

  • favorire uno sviluppo equilibrato dei bambini da 0 a 3 anni anche utilizzando la fruizione da parte degli stessi dei servizi educativi per la prima infanzia;
  • facilitare la relazione tra madre e bambino e con altri eventuali figli all’esterno;
  • utilizzare i servizi sociosanitari del territorio;
  • preparare e accompagnare il processo di separazione del bambino dalla madre al compimento del terzo anno d’età;
  • sperimentare sinergie e collaborazione con gli enti e i servizi presenti sul territorio;
  • mettere a punto, monitorare e verificare un modello organizzativo e di trattamento;
  • documentare il processo, le criticità, le soluzioni e i risultati raggiunti.

Il modello educativo sistemico relazionale sperimentato in questi primi mesi di attività e accoglienza nella struttura, come si è detto, ha certamente risposto ai bisogni primari dei bambini e delle madri prima ristretti nella struttura chiusa del carcere. I bambini in carcere soffrono di disturbi legati al sovraffollamento, alla mancanza di spazio emotivamente utile che incide non solo sulla loro crescita complessiva, tanto da limitarne lo sviluppo attinente alla sfera emotiva (relazioni interpersonali, affettività) e cognitiva (stimoli efficaci, ambiente ricco), ma provoca anche irrequietezza, facilità al pianto, difficoltà di sonno, inappetenza, apatia.
Il carcere anche nelle situazioni migliori, dove sono state realizzate delle sezioni nido, è comunque di per sé, per le finalità che deve raggiungere e per le modalità ed organizzazione che ne derivano, un luogo incompatibile con le esigenze di socializzazione e di sviluppo psico-fisico del bambino. Il sovraffollamento, il contatto forzato tra etnie e culture diverse, le regole del carcere creano situazioni di stress e tensioni che si ripercuotono, inevitabilmente, nel rapporto madre – figlio.
Nella casa di custodia ‘attenuata’, le detenute e i loro bimbi piccoli possono ricreare un’atmosfera quanto più vicina possibile alla vita quotidiana di una famiglia non costretta in carcere, che non condizioni lo sviluppo dei piccoli. In particolare i bisogni dei piccoli sono attinenti alle seguenti problematicità:

  1. il carente sviluppo psico-fisico, dovuto alla permanenza forzata in istituto;
  2. la difficoltà a relazionarsi;
  3. le difficoltà cognitive e i problemi fisici: mancanza di stimoli efficaci, di attività motoria, spazi angusti, facilità al pianto, irrequietezza, inappetenza, disturbi del sonno, apatia;
  4. la convivenza con altre donne e bambini di culture diverse e con regole estranee alle proprie abitudini;
  5. il rapporto con la madre.

I bisogni primari delle madri detenute a cui si è cercato subito di dare risposta, con interventi avviati dalla prima accoglienza, sono legati ai seguenti problemi:

  1. anagrafici;
  2. di salute;
  3. di scolarizzazione;
  4. di informazione;
  5. la maternità e il rapporto con i figli: un forte senso di colpevolizzazione che rende la donna iperprotettiva ed esclusiva nel rapporto col figlio oppure deresponsabilizzata e inoperante fino alla completa delega ad altri delle cura del figlio;
  6. il mantenimento del rapporto con il partner, con i figli fuori e con la famiglia d’origine, soprattutto se la detenuta è straniera;
  7. la difficoltà di accedere ai benefici previsti dalla legge, soprattutto per le straniere senza fissa dimora.

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La condizione di imputata o l’esecuzione della pena possono creare nella madre stati d’ansia, paura di perdere il figlio e, di conseguenza, sottoporre il bambino a situazioni di stress; occorre, pertanto, favorire nella struttura un clima di accoglienza, serenità e di tutela del rapporto madre-figlio. L’insicurezza che caratterizza la relazione madre-figlio deve essere ‘tutelata’ con una azione in grado di restituire efficacia alla figura materna, la quale deve essere aiutata ad esprimere, in modo cosciente e consapevole, i suoi compiti per rilegittimare il nucleo familiare riavvicinando ad esso, là dove è presente e riconosciuta, la figura paterna. La condizione della detenzione, infatti, corre il rischio di delegittimare il ruolo di madre e la sua identità sociale, cui è connesso un più che probabile disorientamento del bambino proprio nei primissimi anni di vita rischiando di comprometterne sia il rapporto con la madre sia il suo sviluppo complessivo. È importante inoltre evitare una degenerazione della delega/ abbandono della madre la quale può sentirsi rassicurata da un contesto e dalla presenza di operatori non recepiti pericolosi per il bambino.
È quindi fondamentale continuare nelle attività per rispondere innanzitutto al bisogno di uno sviluppo equilibrato dei bambini legato inevitabilmente al benessere delle madri detenute(11).

Il rapporto di Associazione Antigone stilato in seguito alla visita effettuata all’ICAM di Milano in data 27 marzo 2014, rileva come la popolazione presente all’interno dell’istituto sia quasi esclusivamente composta da donne di etnia rom, mentre le italiane che vi fanno ingresso costituiscono una netta minoranza, assestandosi su una o due presenze annue(12). Se in passato i reati più rappresentati tra le utenti dell’ICAM erano per lo più bagatellari, oggi ci troviamo di fronte a crimini certamente più seri, cosicché la permanenza media all’interno dell’istituto è aumentata da tre mesi a due anni, diminuendo il turn-over e permettendo un intervento connotato da una maggiore integrazione con i servizi all’esterno(13).
Riprendendo solo per certi versi il modello milanese, nella Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino, un apposito padiglione è stato ristrutturato per essere destinato alle madri con figli minori conviventi intra moenia; dobbiamo però rilevare che – seppur sia da ritenersi apprezzabile l’affievolimento di alcuni elementi caratterizzanti le strutture detentive – trattasi di padiglione interno al carcere e non di stabile ad hoc(14).
Anche alla Giudecca di Venezia, una sezione di trecento metri quadri distribuiti su due piani è stata recentemente riorganizzata in modo da rispettare i criteri già fatti propri dall’ICAM dipendente da San Vittore(15).

immaginec20923652Esperienza recentissima e certamente mutuata da quella posta in essere nel 2006 a Milano è quella di Senorbì, a pochi chilometri da Cagliari. Qui, il 16 luglio 2014, è stata inaugurata la struttura, che sarà a pieno regime tra settembre e ottobre di quest’anno e che si compone di quattro camere con bagno e televisore, cucina con annessa mensa, sala colloqui, ludoteca e giardino esterno(16). Tornando al dato normativo, dobbiamo notare come la legge del 2011 abbia poi inciso sull’Ordinamento penitenziario con l’introduzione dell’articolo 21-ter, che ha previsto la possibilità, per la madre imputata, condannata od internata (o per il padre, ove questa sia deceduta o impossibilitata) di recarsi all’esterno per visitare il figlio minore che versi in imminente pericolo di vita o comunque in gravi condizioni di salute, previa autorizzazione del magistrato di sorveglianza o – nei casi di particolare urgenza – dal direttore dell’istituto; la stessa disposizione prevede che il giudice competente possa autorizzare i genitori ad assistere il figlio minore di anni dieci durante le visite specialistiche. È importante notare che, a differenza di quanto avviene nel caso delle visite specialistiche, quando la fattispecie concerna l’imminente pericolo di vita o le sue gravi condizioni di salute, non è fissato alcun limite di età del minore perché il genitore possa essere autorizzato a recarsi all’esterno.
Altre modifiche delineate dalla legge 62/2011 hanno riguardato un ampliamento del ventaglio di soluzioni collegate alla detenzione domiciliare attraverso la previsione che la madre di prole di età non superiore ad anni dieci possa espiare tale pena presso le già citate case famiglia protette.
Infine, la novella legislativa ha toccato anche l’articolo 47-quinquies introducendovi un comma 1-bis, che si è preoccupato di indicare in quale luogo la madre possa espiare il periodo di pena prodromico all’ammissione alla detenzione domiciliare speciale: si fa qui riferimento agli ICAM o, qualora non sussista pericolo di fuga o di reiterazione di reato, ai luoghi di abitazione, di privata dimora, di cura, assistenza o accoglienza; qualora la donna sia impossibilitata ad accedere a tali luoghi, vengono in luce – ancora una volta – le case famiglia protette.
L’impianto normativo così delineato rappresenta senz’altro, per il nostro Paese, una nuova sfida: in particolare il riferimento ai sei anni di età del figlio come elemento fondante l’incompatibilità della misura della custodia cautelare in carcere e perché esso possa essere tenuto presso la madre reclusa in ICAM, è un esempio raro anche all’interno degli Stati membri dell’Unione europea, che nella maggior parte dei casi fissano in diciotto mesi, due o tre anni l’età al di sopra della quale il figlio dev’essere dimesso. Dobbiamo infine rilevare la minore tutela che, in ambito europeo, colora il rapporto tra il minore e il padre: come si è visto per il caso italiano, la figura genitoriale maschile viene in luce solo in caso di assenza di quella femminile, in presenza della quale il padre non è autorizzato a tenere la prole presso di sé. Rare sono poi le esperienze che pongono in primo piano il nucleo familiare nella sua interezza: tra queste possiamo citare le cosiddette family units esistenti all’interno di alcuni penitenziari danesi, in cui la triade padre-madre-figlio possono permanere fino a compimento del terzo anno di età dell’ultimo, nonché l’esperienza di Aranjuez, in Spagna, ove esistono celle pensate perché il nucleo familiare possa vivere in modo non troppo difforme dal contesto extramurario(17).
Tornando al panorama nazionale, notiamo infine come presso i nostri penitenziari restino diciassette gli asili nido funzionanti: essi, pur essendo necessari, non sembrano purtroppo essere sufficienti a garantire un adeguato sviluppo psico-fisico del bambino. Inoltre, le perplessità si acuiscono considerando che il basso numero di aree nido comporta per molte madri e la loro prole, il trasferimento in istituti di pena lontani dal nucleo familiare d’origine, incidendo sul principio di territorialità della pena.

In conclusione, apparirà lampante la complessità della tematica dello sviluppo della maternità (rectius: genitorialità) in ambito intramurario, che impone di contemperare una serie di interessi tra cui spicca quello del minore. Non resta dunque che auspicare che l’Italia possa fronteggiare le importanti e delicate sfide che gli addetti ai lavori e le normative sembrano aver voluto raccogliere con la sperimentazione di buone prassi e l’emanazione del nuovo impianto legislativo, da quest’anno pienamente a regime, animato dallo spirito di estromettere il minore e il suo caregiver dall’ambiente carcerario, in modo da poter restituire la meritata dignità all’insostituibile relazione genitoriale.

BIBLIOGRAFIA
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Note

1.M.P. Giuffrida, Studio sulle donne ristrette negli istituti penitenziari, DAP – Gruppo di Lavoro ICAM, Roma, 3 Aprile 2009, cit. in L. Ravagnani, C.A. Romano, Women in prison, Pensa MultiMedia editore, Lecce – Brescia, 2013, p. 188.
2.L. Ravagnani, C.A. Romano, cit., p. 185.
3.Ibidem.
4.F. Motta, S. Sagliaschi, Il bambino in regime di codetenzione con la madre, 9 giugno 2013, in Psicopatologia cognitiva, 2, in http://psicopatologiacognitiva.wordpress.com/2013/06/09/il-bambino-in-regime-di-codentezione-con-la-madre-f-motta-s-sagliaschi/
5.M.C. Tischer, M. Lo Giudice, P.L. Tucci, Un’infanzia negata. Bambini cresciuti in carcere, in Il medico pediatra, XV, 3, giugno 2006
6.M.C. Malizia, Maternità in carcere. Uno studio esplorativo, in Psicologia e Giustizia, 2:13, Giugno-Dicembre 2012, in http://www.ristretti.it/commenti/2013/gennaio/pdf2/carcere_maternita.pdf.
7.Ci riferiamo, in particolare, al c.d. Best interest principle di cui all’articolo 3.1 della Convenzione sui Diritti del Fanciullo. Poiché spetta ai singoli Stati dettare nello specifico i contenuti del principio de quo, esso risente di sfumature sociali, culturali e temporali. Sul punto si veda L. Ravagnani, C.A. Romano, Women in prison, cit, pp. 191-196.
8.L. Ravagnani, C.A. Romano, Women in prison, cit, p. 185
9.In sede di lavori parlamentari, emersero perplessità sui convenzionamenti a costo zero, i quali sono di fatto la spia della fin troppo nota penuria di risorse finanziarie, che potrebbe finire per tradursi nella mancata effettività della norma. Si veda S. Marcolini, Legge 21 aprile 2011, n. 62 (Disposizioni in tema di detenute madri), 5 maggio 2011, in http://www.penalecontemporaneo.it/area/3-/26-/-/520 legge_21_aprile_2011__n__62__disposizioni_in_tema_di_detenute_madri/
10.Si veda F. Petrangeli, Tutela delle relazioni familiari ed esigenze di protezione sociale nei recenti sviluppi della normativa sulle detenute madri, in Rivista telematica giuridica dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti, 4, 2012, in http://www.abuondiritto.it/upload/files/1.pdf
11.AA.VV., La detenzione femminile – Supplemento ai nn. 1/2 di Pena & Territorio, 2009, in http://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_12_1.wp?previsiousPage=mg_2_3_1_2&contentId=SPS60122
12.Associazione Antigone, Rapporto Online sulle condizioni di detenzione nelle carceri italiane – Istituto a custodia attenuata per detenute madri, 2014, in http://www.associazioneantigone.it/Index3.htm
13.Idem.
14.AA.VV., Carcere / Un nido tra le sbarre: a Torino le mamme detenute avranno una “nuova” casa, 9 agosto 2010, in http://www.affaritaliani.it/sociale/mamme_detenute_carcere_torino290710.html
15.V. Tonon, Il Patriarca alle detenute: “La storia di molte di voi inizia dalla violenza subita”, 12 gennaio 2014, in Gente Veneta, 1, 2014, in http://www.genteveneta.it/public/articolo.php?id=7720
16.L. Onnis, Una casa di reclusione modello per le detenute madri, 17 luglio 2014, in http://lanuovasardegna.gelocal.it/cagliari/cronaca/2014/07/17/news/una-casa-di-reclusione-modello-per-le-detenute-madri-1.9612112
17.L. Ravagnani, C.A. Romano, Women in prison, cit, pp. 196-197.