Non di solo carcere

– di Carlo Alberto Romano(1)

L’Europa ci chiede di orientare le nostre politiche criminali in modo univoco e convinto nella direzione della Giustizia ripartiva; i tempi sono maturi, la situazione lo richiede, la normativa sempre meno timidamente lo consente. Ora sta a noi pensare al castigo in termini non di solo carcere.

Il capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria in data 19 settembre 2012 ha inviato al Quirinale un documento aggiornato sullo stato del sistema penitenziario, nel quale si dichiara che la capienza attuale del sistema, grazie al completamento di sei nuovi istituti e di nuovi padiglioni in parte già consegnati ed attivi e comunque di pronta consegna, ha raggiunto i 51.019 posti. La rilevazione più recente sulla popolazione detenuta contenuta nello stesso documento, afferma come al 31 luglio 2012 i ristretti fossero 66.009. Già questa discrasia numerica basterebbe a evidenziare la necessità di fornire altre e diverse risposte alla domanda di applicare una pena che possa essere definita in linea con il dettato costituzionale sancito dal terzo comma dell’Art. 27.

E l’aspetto dimensionale del fenomeno potrebbe anche non essere considerato prioritario, in quanto affiancato, se non superato, da un problema metodologico. «Come può (infatti) questo carcere assolvere il compito costituzionalmente affidatogli? Come può offrire un contributo attivo alle politiche di sicurezza del nostro Paese, evitando, nella fallimentare gestione delle sue finalità deterrente e riabiliativa, di continuare invece ad avere successo come produttore di delinquenza?»(2).
Crediamo che la risposta conduca in un’unica direzione e che da tempo qualcuno avesse intuito quale fosse. Scriveva già nel 1984, grazie al pensiero illuminato e progressista di cui era dotato, Zappa(3): «è del tutto illusorio pensare ad una risocializzazione attuata senza o contro l’intervento diretto e concreto dei consociati, o almeno della grande maggioranza di essi e degli enti locali», anticipando quella valutazione che noi oggi riteniamo imprescindibile relativa al ruolo odierno della comunità nell’esecuzione penale.
L’idea di essere attrice in un sistema complessivo di gestione della devianza nel quale ad ogni partecipante viene richiesto un impegno sul fronte del controllo sociale ha sempre procurato nella comunità un rifiuto ideologico ed operativo.
Ma oggi, in questo momento storico, non ci si può più sottrarre a un’esigenza dirompente nel contesto dei modelli di esecuzione penale occidentali: ridefinire il significato attuale della sanzione penale, e, conseguentemente, riflettere sui contenuti che gli attori dell’esecuzione penale sono chiamati ad esprimere.
La comunità può oggi entrare coscientemente nel processo (in atto, peraltro, indipendentemente da tale scelta) di ridefinizione della sanzione penale, processo che passa inequivocabilmente dall’individuazione dei contenuti del concetto di sicurezza.
Il mito risocializzativo del carcere, nella sua accezione pedagogica, ha ormai esaurito il suo percorso ideale.
Oggi dare un senso alla pena significa ri-attriburle un significato funzionale di sistema.
Il modello rieducativo deve essere gradualmente sostituito da un modello di giustizia ripartiva che può dispiegarsi al meglio solo attraverso le risorse territoriali, attraverso una funzione della pena nella quale la risocializzazione si concretizzi in un’offerta alla comunità di azioni davvero riparatorie.
La comunità deve pertanto farsi soggetto partecipe della gestione della devianza, della ri-abilitazione e della inclusione sociale della stessa, che non può più essere solo delegata in toto all’amministrazione penitenziaria o comunque al sistema giustizia. La comunità deve riappropriarsi dei contenuti della sanzione penale, da tempo scaricati nelle mani del sistema istituzionale penale e penitenziario.
In questa prospettiva è emersa da tempo una particolare attenzione per i nuovi modelli alternativi alla giustizia tradizionale: in campo penale, la mediazione e la giustizia riparativa sono «due modalità di approccio alle secolari questioni poste dalla commissione di un reato»(4).
La giustizia riparativa è un processo nel quale tutte le parti coinvolte da un particolare reato si incontrano per discutere in che modo affrontare le conseguenze della commissione dell’illecito(5) e le sue implicazioni, tra le quali si annoverano le azioni riparative volte al ripristino del legame sociale tra autore, vittima e collettività.
Le modalità applicative del paradigma riparativo, secondo l’ISPAC(6) ricomprendono svariate tipologie di programmi adottate nei diversi Paesi, tra cui tutti ricordiamo misure come:

  • l’invio di una lettera di scuse (apology) alla vittima da parte dell’autore del reato;
  • gli incontri tra vittime e autori di reati analoghi a quello subito dalle vittime (the Victim/Community Impact Panel);
  • gli incontri di mediazione allargata che tendono a realizzare un dialogo esteso ai gruppi parentali ovvero a tutti soggetti coinvolti dalla commissione di un reato (the Community/Family Group Conferencing);
  • l’espletamento di un’attività lavorativa a favore della vittima stessa (Personal Service to Victims);
  • la prestazione di una attività lavorativa a favore della collettività (Community Services);
  • la mediazione tra l’autore del reato e la sua vittima (Victim-Offender Mediation).

La finalità del reinserimento sociale si consegue, a parer nostro, soprattutto attraverso la prestazione di attività lavorativa a favore della collettività purché vi sia un’assunzione di responsabilità della comunità, intesa nella sua accezione più ampia(7), attraverso il potenziamento della cooperazione tra i diversi livelli di governo (nazionali, regionali e locali), coinvolgendo dunque tutte le parti sociali nella promozione di una diversa rappresentazione sociale delle questioni connesse all’esecuzione della pena.
La presa in carico di percorsi di giustizia riparativa può avvenire sia come sanzione sostitutiva della pena tradizionale in un (per ora) limitato numero di fattispecie che possono essere decise dal Giudice in questo modo, sia come strumento nella fase dell’esecuzione penale inframuraria, consentendo a qualche detenuto di svolgere attività non remunerata a favore della collettività in luogo della sterile, disarmante e, spesso, controproducente permanenza in carcere.
Il “Lavoro di pubblica utilità” rappresenta la prima di queste due opzioni; irrompe nell’arsenale sanzionatorio consentendo che il conflitto derivante dalla commissione del reato diventi un’opportunità di rilancio della partecipazione e coesione comunitaria. Il lavoro sostitutivo della pena detentiva e/o pecuniaria diviene il mezzo con il quale il condannato può prendere coscienza del disvalore sociale della propria azione criminale e apportare benefici alla comunità, nonché a se stesso, poiché si tratta di una soluzione dagli evidenti effetti premiali anche per il condannato.
In questo modo si crea, di fatto, un ulteriore stadio processuale: l’esecuzione della pena – ovvero lo svolgimento del lavoro – diviene la fase processuale nella quale si mette alla prova l’autore dell’illecito e al cui termine si condiziona l’estinzione o la riviviscenza della pena originariamente irrogata.
Le potenzialità e i principi fondanti di questo strumento giuridico, nel tempo vennero un po’ sminuiti dall’esperienza pratica, che lo portava ad essere una «tecnica accessoria di gestione del conflitto»(8) con la quale all’autore dell’illecito veniva consentito negoziare la pena(9).
Al fine di evitare il rischio di una risposta al crimine considerata troppo mite era indispensabile che si recuperasse il carattere afflittivo della pena(10)e ciò emerse con chiarezza dalle linee-guida tracciate nella Raccomandazione (99)19 sulla mediazione in materia penale dal Consiglio d’Europa e nella bozza dei Principi Base sull’uso dei programmi di giustizia riparativa nell’ambito penale dalle Nazioni Unite(11).
In tale prospettiva, va sottolineata l’importanza di garantire uniformità ai criteri applicativi e alle finalità politico-criminali delle nuove forme di risoluzione dei conflitti in materia penale.

La disciplina delle sanzioni sostitutive, contenuta nella Legge 24 novembre 1981, n. 689 (cosiddetta depenalizzazione)(12), rappresentò uno dei primi tentativi di modificare il sistema sanzionatorio italiano, arginando, attraverso l’introduzione di misure alternative(13), i costi statali e gli effetti desocializzanti della carcerazione breve in capo al condannato.
Venne così introdotto il lavoro sostitutivo (oggi meglio conosciuto come lavoro di pubblica utilità) che «consiste nella prestazione di un’attività non retribuita, a favore della collettività, da svolgere presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni, o presso enti, organizzazioni o corpi di assistenza, di istruzione, di protezione civile e di tutela dell’ambiente naturale o di incremento del patrimonio forestale, previa stipulazione, ove occorra, di speciali convenzioni da parte del Ministero di grazia e giustizia, che può delegare il magistrato di sorveglianza»(14).
L’istituto nacque con l’intento di dar soluzione all’insolvibilità del condannato(15) che si trovasse in una «situazione oggettiva e permanente di assoluta impossibilità di adempiere»(16) all’obbligazione di natura pecuniaria, vale a dire non sia in grado di pagare la somma di denaro dovuta a titolo di multa o di ammenda.
Il 1° e 2° comma dell’art. 102 della legge 24 novembre 1981 n. 689 disposero infatti che le pene della multa e dell’ammenda «non eseguite si convertono nella libertà controllata(17) per un periodo massimo, rispettivamente, di un anno e di sei mesi. Nel caso in cui la pena pecuniaria da convertire non sia superiore ad un milione, la stessa può essere convertita, a richiesta del condannato, in lavoro sostitutivo»(18).
L’utilizzo del tempo passato è giustificato dalla sentenza 14-21 giugno 1996, n. 206 (Gazz. Uff. 26 giugno 1996, n. 6 – Serie speciale), con la quale la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 102 nella parte in cui non consentiva che il lavoro sostitutivo, su richiesta del condannato, fosse concesso anche nel caso in cui la pena pecuniaria da convertire fosse superiore al milione di lire(19).
Alla prova dei fatti, il lavoro sostitutivo non ha avuto grande successo, proprio per l’applicazione secondaria attribuitagli dal Legislatore; inoltre l’indeterminatezza del contenuto, delle modalità esecutive della prestazione d’opera e l’assenza di alcuna direttiva statuale in merito non hanno certamente agevolato questo istituto nel farsi largo all’interno dell’armamentario sanzionatorio(20).
L’Art. 1, comma 1-bis del decreto legislativo 26 aprile 1993, n. 122 – Misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa (convertito con modificazioni dalla Legge 25 giugno 1993, n. 205)(21), ha invece disposto che «con la sentenza di condanna per uno dei reati previsti dall’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, o per uno dei reati previsti dalla legge 9 ottobre 1967, n. 962, il tribunale può altresì disporre una o più delle seguenti sanzioni accessorie: a) obbligo di prestare un’attività non retribuita a favore della collettività per finalità sociali o di pubblica utilità, secondo le modalità stabilite ai sensi del comma1-ter […]».
Si tratta quindi della possibilità per il giudice di condannare ad un’attività di pubblica utilità colui che abbia subito un procedimento penale per aver istituito un’organizzazione, associazione o movimento aventi tra i loro scopi l’istigazione all’odio razziale; per aver commesso o preso parte a fatti di genocidio (cfr. artt. 1-8 legge 9 ottobre 1967, n. 962)(22) oppure per aver incitato alla discriminazione o alla violenza per motivi etnici, nazionali o religiosi (cfr. art. 3 legge 13 ottobre 1975, n. 654)(23).
La pena accessoria consta in un obbligo di facere gratuito a beneficio della collettività (cfr. art. 1-quinquies del decreto)(24) da adempiersi nell’ambito di strutture pubbliche o di enti ed organizzazioni privati per un periodo massimo di dodici settimane.
Diversamente da quanto abbiamo visto per il Lavoro di pubblica utilità-pena sostitutiva ( ex L. 689) e vedremo per il Lavoro di pubblica utilità-pena principale nell’ipotesi di pena accessoria il consenso del reo non riveste il ruolo di conditio sine qua non per l’applicazione della sanzione, essendo il giudice, in mancanza dell’opposizione dell’imputato(25), a determinarne l’ammissione, la durata e le modalità esecutive «tali da non pregiudicare le esigenze lavorative, di studio o di reinserimento sociale del condannato»(26).
In caso di violazione degli obblighi o dei divieti inflitti, l’art. 389 c.p.(27) prevede un’autonoma figura delittuosa, punendo il trasgressore con la reclusione da due a sei mesi.
Il Lavoro di pubblica utilità è quindi uno strumento multiforme che può comprendere le diverse tipologie di pena.
Come pena principale, dai contenuti positivi, caratterizzata dall’ obbligo di “fare qualcosa” i Lavori di Pubblica Utilità s’inquadrano nella più generale categoria dei lavori socialmente utili, la cui disciplina è stata delineata (rectius: rivisitata) dal decreto legislativo 1° dicembre 1997, n. 468(28).
Ai sensi dell’articolo 1, comma I, del citato decreto, i lavori socialmente utili sono «attività che hanno per oggetto la realizzazione di opere e la fornitura di servizi di utilità collettiva, mediante l’utilizzo di particolari categorie di soggetti». Al comma II dell’articolo de quo, che elenca le diverse tipologie di lavori socialmente utili, spiccano, alla lettera a), i «lavori di pubblica utilità». Di questi si occupa l’articolo 2 del d.lgs. 468/1997, che chiarisce anzitutto che «I progetti di lavori di pubblica utilità sono attivati nei settori della cura della persona; dell’ambiente, del territorio e della natura; dello sviluppo rurale, montano e dell’acquacoltura; del recupero e della riqualificazione degli spazi urbani e dei beni culturali» (29).
L’ordinamento prevede che nei lavori socialmente utili, e pertanto anche nei lavori di pubblica utilità, siano coinvolti individui appartenenti a particolari categorie. Queste sono elencate dall’articolo 4 del decreto legislativo 468/1997, e tra esse spicca – per quanto maggiormente interessa a chi opera in ambito criminologico – il dettato sub lettera g), che ricomprende tra i soggetti utilizzabili «persone detenute per le quali sia prevista l’ammissione al lavoro esterno come modalità del programma di trattamento».
Ma chi può realizzare i progetti per i lavori socialmente utili? A rispondere a tale domanda è l’articolo 3 del decreto che stiamo analizzando, che ci dice che i soggetti promotori possono essere le Amministrazioni pubbliche, gli enti pubblici economici, le società a totale o prevalente partecipazione pubblica, e le cooperative sociali di cui alla legge 8 novembre 1991, n. 381 e i loro consorzi(30).
Ci accingiamo ora ad analizzare gli aspetti procedimentali concernenti le modalità di attivazione dei progetti di lavori socialmente utili. Essi sono presentati alle commissioni regionali per l’impiego competenti, che provvedono all’approvazione dei progetti entro sessanta giorni, decorsi i quali il medesimo si intende approvato: vale quindi la regola del silenzio-assenso, il quale non può però ritenersi sussistente qualora – sempre entro il predetto termine – la direzione regionale del lavoro comunichi al soggetto proponente la carenza delle risorse economiche necessarie ovvero la richiesta di integrazione di informazioni riguardanti il progetto stesso (articolo 5, comma I, d.lgs. 468/1997). Per gli enti locali, la competenza ad assumere deliberazioni in materia di promozione di progetti è della giunta (articolo 5, comma II, d.lgs. 468/1997).
Il I comma dell’articolo 8 del decreto sottolinea che l’utilizzo di lavoratori in attività socialmente utili non determina l’instaurazione di un rapporto di lavoro.
La Legge 21 novembre 1991, n. 374, di istituzione del giudice di pace, ha conosciuto delle modifiche operate dalla Legge 24 novembre 1999, n. 468(31), la quale ha – fra l’altro – dettato delega al Governo in materia di competenza penale del giudice di pace.
In attuazione della predetta legge-delega è stato poi emanato il decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274, recante Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell’articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468(32). Il decreto in questione ha operato quella che è stata definita da alcuni come una «mini-rivoluzione» del sistema penale, che ha visto attribuire alla magistratura onoraria una serie di reati di minore gravità afferenti – da un punto di vista criminologico – all’area della conflittualità privata: tra questi troviamo le percosse, la lesione personale lieve, alcune ipotesi di lesioni personali colpose, l’omissione di soccorso, l’ingiuria, la diffamazione, la minaccia, i furti procedibili a querela della persona offesa, la sottrazione di cose comuni, il danneggiamento, l’invasione di terreni o edifici, gli atti contrari alla pubblica decenza e – infine – i reati puniti con una pena detentiva non superiore nel massimo a quattro mesi, ovvero con pena pecuniaria sola o congiunta alla sanzione privativa della libertà personale(33).
Il decreto ha indubbiamente costituto un fondamentale momento di apertura al modello di giustizia ripartiva nel nostro paese; esso prevede che l’eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose del reato da parte del condannato possa avere come conseguenza l’estinzione del reato Per quanto interessa ai fini della presente trattazione, importanza centrale è costituita dall’apparato sanzionatorio predisposto per le ipotesi criminose di competenza della magistratura onoraria: in ottemperanza a quanto stabilito dalla legge-delega il decreto ha previsto, in luogo della pena detentiva, la sola pena pecuniaria; per i reati di maggiore gravità, o nel caso di recidiva, vengono comminati l’obbligo di permanenza domiciliare ed il lavoro di pubblica utilità. In sostanza, si affievolisce la centralità della sanzione detentiva, che lascia spazio a modelli di giustizia ristorativa, senz’altro più vicini al cittadino(34).
L’articolo 54 del decreto legislativo de quo, rubricato appunto «Lavoro di pubblica utilità», ha sancito la possibilità per il giudice di pace di applicare tale pena, ove l’imputato ne faccia richiesta. Il lavoro di pubblica utilità consiste nella «prestazione di attività non retribuita in favore della collettività da svolgere presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni o presso enti o organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato» e la sua durata deve essere ricompresa tra dieci giorni e sei mesi (articolo 54, comma II d.lgs. 274/2000). L’attività lavorativa, che – grazie al principio di territorialità della pena – il condannato svolgerà nell’ambito della provincia in cui risiede, deve essere strutturata in maniera tale da risultare compatibile con le esigenze di lavoro, di studio, di famiglia e di salute dello stesso: la prestazione non può infatti eccedere le sei ore settimanali, a meno che il giudice non ammetta il soggetto che ne faccia esplicita richiesta a svolgere l’attività lavorativa per un tempo superiore a quello predetto; in ogni caso il limite massimo della durata giornaliera della prestazione è fissato in otto ore (articolo 54, comma III e comma IV d.lgs. 274/2000). Se da quanto sin qui asserito apparirà ormai chiaro al lettore che la fattispecie di cui all’articolo 54 delinea il lavoro di pubblica utilità come pena principale, bisognerà tenere presente che talora esso può avere il carattere di sanzione sostitutiva. Dispone infatti l’articolo 55 del decreto che «Per i reati di competenza del giudice di pace, la pena pecuniaria non eseguita per insolvibilità del condannato si converte, a richiesta del condannato, in lavoro sostitutivo da svolgere per un periodo non inferiore ad un mese e non superiore a sei mesi con le modalità indicate nell’articolo 54». Qualora invece manchi una richiesta del condannato in tal senso, la pena pecuniaria insoluta verrà convertita nell’obbligo di permanenza domiciliare (articolo 55, comma V, d.lgs. 274/2000).
Una volta che il giudice abbia deciso per l’applicazione della pena del lavoro di pubblica utilità, in conformità all’articolo 3 del decreto ministeriale 26 marzo 2001, con la sentenza di condanna, individua il tipo di attività, nonché l’amministrazione, l’ente o l’organizzazione convenzionati presso il quale questa deve essere svolta. A tal fine, il giudice si avvale dell’elenco degli enti convenzionati. Un elenco di tutti gli enti convenzionati che hanno, nel territorio del circondario, una o più sedi ove il condannato può svolgere il lavoro di pubblica utilità oggetto della convenzione, sarà disponibile presso la cancelleria di ogni tribunale (articolo 7 D.M. 26 marzo 2001).
Infine, è d’obbligo un rapido cenno all’ipotesi che il condannato violi gli obblighi intrinseci alle sanzioni applicate dal giudice di pace: per tali casi il legislatore delegato, all’articolo 56 del decreto del 2000, ha previsto la pena della reclusione fino ad un anno; la competenza a conoscere di tale fattispecie criminosa è – in conformità all’articolo 57 – del tribunale in composizione monocratica.
Altro importantissimo punto di riferimento per la materia degli LPU è il codice penale come riformato dalla Legge 11 giugno 2004, n. 145(35). La legge in questione ha, tra l’altro, introdotto il lavoro di pubblica utilità quale condizione affinché possa darsi luogo alla sospensione della pena. In sostanza, il meccanismo è quello secondo il quale sulla volontà di riabilitazione del condannato può fondarsi una decisione del giudice favorevole alla concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena. Si noti infatti come la legge non faccia riferimento ad una richiesta del soggetto in tal senso, ma piuttosto detti come condizione sufficiente la non opposizione da parte del condannato(36).
La prestazione del lavoro di pubblica utilità, in conformità a quanto già abbiamo veduto, ha una durata massima di sei mesi, e deve essere svolta con la prestazione di sei ore di attività settimanali, e quindi per una durata massima di centocinquantasei ore, salvo che il condannato richieda lo svolgimento della prestazione per una durata giornaliera superiore, che non può comunque eccedere le otto ore, così da abbreviarne i tempi dell’esecuzione.
Tra le molte modifiche che la Legge 21 febbraio 2006, n. 49 ha apportato al D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309(37); in questa sede sottolineiamo l’introduzione del comma V-bis dell’articolo 73.
La novella ha enunciato la possibilità – per il giudice – di irrogare la pena del lavoro di pubblica utilità, anziché quella detentiva o pecuniaria. Sono però stabiliti alcuni limiti: anzitutto i reati che ricadono all’interno dell’ambito di operatività della norma de qua sono quelli previsti dal comma V del citato articolo 73 del D.P.R. 309/1990, ovvero i reati che si identificano con quella che viene volgarmente definita attività di spaccio, purché sia «di lieve entità» La tipologia di reato sopra delineata non è però l’unico requisito necessario perché si possa applicare, anziché una delle pene “tradizionali”, quella dell’attività non retribuita a favore della collettività: altra condizione è che il reo sia soggetto tossicodipendente o comunque assuntore di sostanze stupefacenti o psicotrope, e che operi una richiesta in tal senso. In questo caso il giudice, sentito il pubblico ministero, qualora ritenga di non dover concedere il beneficio della sospensione condizionale, applicherà la pena oggetto del presente scritto, incaricando l’Ufficio locale di esecuzione penale esterna di verificarne l’effettivo svolgimento. Da parte di alcuni è stato rilevato che la novella rappresenta una fruttuosa integrazione tra esigenze punitive e utilizzo di risorse economiche, al fine di favorire lo sviluppo e il reinserimento sociale del condannato, ciò che può dispiegare effetti benefici sul tasso di recidiva(38). La durata della pena dovrà essere corrispondente a quella della sanzione detentiva irrogata. In parziale deroga alla disciplina generale, il lavoro di pubblica utilità ex articolo 73 comma V-bis D.P.R. 309/90 potrà essere svolto anche nell’ambito di comunità terapeutiche. In ogni caso, esso potrà sostituire la pena per non più di due volte.
Dalla lettura della norma e dalla disamina della giurisprudenza appare chiaro che la sostituzione della pena detentiva non è un diritto, anche ove ricorrano tutte le condizioni stabilite per legge: anche il parere del pubblico ministero rientra nella categoria di quelli obbligatori ma non vincolanti, e il giudice conserva un potere discrezionale, che tuttavia trova un limite nel noto articolo 27, comma III, della Costituzione italiana, secondo il quale le pene devono tendere alla rieducazione del condannato(39).
Le conseguenze di un’eventuale violazione degli obblighi inerenti il lavoro di pubblica utilità da parte del reo si sostanziano nella revoca della possibilità di svolgere attività non retribuita a favore della collettività e, quindi, nel ripristino della sanzione detentiva sostituita. Avverso il provvedimento di revoca è ammesso il ricorso per Cassazione, che non ha però effetto sospensivo.
Il Codice della strada, decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285(40), ha conosciuto importanti recenti modifiche, ad opera della legge 29 luglio 2010, n. 120(41), che lo hanno fatto divenire, al momento, il principale punto di riferimento della giustizia riparativa in Italia.
Per il vero, dobbiamo rilevare che – sebbene sia stata la citata legge a dare nuova espansione all’istituto – il Codice della strada conteneva già precedentemente un riferimento al lavoro di pubblica utilità: l’articolo 224-bis, introdotto dalla legge 21 febbraio 2006, n. 102(42), aveva infatti delineato la disciplina dell’istituto, inteso qui come pena accessoria che il giudice può applicare quando si trovi di fronte ad un delitto colposo commesso con violazione delle norme del codice de quo: anche qui viene stabilito che l’attività non retribuita a favore della collettività debba svolgersi presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni o presso enti e organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato. La durata può andare da uno a sei mesi, ma nel caso di recidiva non potrà essere inferiore a tre mesi; la prestazione giornaliera non può eccedere le otto ore e dovrà aver luogo nell’ambito della provincia in cui il condannato risiede.
Dobbiamo ora soffermarci sul comma IX bis dell’articolo 186, anch’esso introdotto dalla novella del luglio 2010. Dalla lettura della norma traspare che, ad esclusione dell’ipotesi di incidente stradale provocato dal conducente in stato di ebbrezza(43),

la pena detentiva e pecuniaria può essere sostituita, anche con il decreto penale di condanna, se non vi è opposizione da parte dell’imputato, con quella del lavoro di pubblica utilità di cui all’articolo 54 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274, secondo le modalità ivi previste e consistente nella prestazione di un’attività non retribuita a favore della collettività da svolgere, in via prioritaria, nel campo della sicurezza e dell’educazione stradale presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni o presso enti o organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato, o presso i centri specializzati di lotta alle dipendenze(44).

La disciplina del lavoro di pubblica utilità è in questa sede parzialmente derogatoria rispetto a quanto stabilito dal d.lgs. 274/2000: qui infatti la durata della prestazione di attività lavorativa non retribuita sarà corrispondente a quella della sanzione detentiva irrogata e della conversione della pena pecuniaria, ragguagliando 250 euro ad un giorno di lavoro di pubblica utilità. Nel caso che questo venga svolto positivamente, il giudice fisserà nuova udienza e dichiarerà estinto il reato, disporrà la riduzione alla metà della sanzione della sospensione della patente e revocherà la confisca del veicolo sequestrato.
Veniamo ora all’analisi dell’articolo 187 del nostro Codice della strada, rubricato «Guida in stato di alterazione psico-fisica per uso di sostanze stupefacenti». Importantissimo è poi il comma VIII bis dell’articolo 187, introdotto anch’esso dalla legge 120/2010: la norma stabilisce che, ad esclusione dei casi previsti dal comma I bis (incidente provocato),

la pena detentiva e pecuniaria può essere sostituita, anche con il decreto penale di condanna, se non vi è opposizione da parte dell’imputato, con quella del lavoro di pubblica utilità di cui all’articolo 54 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274, secondo le modalità ivi previste e consistente nella prestazione di un’attività non retribuita a favore della collettività da svolgere, in via prioritaria, nel campo della sicurezza e dell’educazione stradale presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni o presso enti o organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato, nonché nella partecipazione ad un programma terapeutico e socio-riabilitativo del soggetto tossicodipendente come definito ai sensi degli articoli 121 e 122 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309(45).

Anche qui la disciplina, che ricalca quanto già stabilito dal comma IX bis dell’articolo 186, è parzialmente derogatoria, in particolare sotto il profilo della durata del lavoro di pubblica utilità e dei criteri di ragguaglio delle pene, a quella di cui al d.lgs. 274/2000. Anche per ciò che concerne le due antitetiche ipotesi di svolgimento positivo dell’attività lavorativa non retribuita e della violazione di obblighi ad essa connessi, il dettato normativo è il medesimo che già abbiamo visto con riferimento all’articolo 186. Infine, anche per le fattispecie rientranti nell’articolo 187, è stabilito che il lavoro di pubblica utilità può sostituire la pena per non più di una volta.
In conclusione, è d’obbligo una riflessione sul requisito della «non opposizione da parte del condannato», necessario perché possa trovare applicazione la pena sostitutiva del lavoro di pubblica utilità: proprio in tale presupposto vediamo una differenza rispetto a quanto stabilito nel decreto legislativo 274/2000, ove è necessaria la richiesta del soggetto. In concreto, è facile immaginare che spesso l’imputato, indotto a tale determinazione anche grazie ai meccanismi premiali predisposti, si adoperi attivamente e faccia egli stesso richiesta di svolgere un’attività non retribuita a favore della collettività; ma in ogni caso il legislatore ha optato per la sufficienza di una sua non opposizione, per i casi rientranti nelle fattispecie delineate dagli articoli 186 e 187 del Codice della strada. In breve, proprio nella non opposizione il giudice può considerare l’esistenza di un fumus sulla fattiva collaborazione dell’interessato, sulle sue motivazioni e concrete possibilità di svolgere concretamente l’attività lavorativa. La scelta di identificare nella opposizione del soggetto una condizione ostativa, e per contro nell’inerzia di questo un requisito necessario per la sostituzione della pena, trova la sua ratio nella volontà di applicare l’istituto del lavoro di pubblica utilità anche in quei procedimenti penali che svolgono in assenza di contraddittorio, si pensi al decreto penale di condanna(46). L’opposizione è da considerarsi atto personalissimo, e pertanto può essere proposta solo dall’imputato o dal suo difensore munito di procura speciale(47).
Recentemente è stato siglato il Protocollo d’intesa tra l’Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI) e il Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria volto a favorire il lavoro di pubblica utilità all’esterno di soggetti detenuti(48). Che il lavoro abbia un ruolo d’importanza centrale in ogni percorso riabilitativo non è certo una novità (esso, del resto, è anche uno degli elementi classici del trattamento penitenziario), e l’iniziativa in questione non può che suffragare tale posizione. Per usare i termini dello stesso Protocollo, si ritiene fondamentale «promuovere il valore della “cultura e del lavoro e del saper fare” per il recupero di detenuti anche attraverso un Programma di attività per lo svolgimento del lavoro di pubblica utilità»(49).
La logica sottesa alla firma del protocollo è quella di dar vita ad un programma sperimentale consistente in un progetto, finanziato per il 50% dal DAP e per il 50% dai Comuni, che vedrà la conclusione di accordi specifici tra Comuni, Provveditorati regionali e istituti penitenziari(50). Si tratta di un’iniziativa senza dubbio improntata al principio della rieducazione di cui all’articolo 27 della nostra Carta costituzionale, tant’è che nel testo del documento si fa espressa menzione alla volontà di «recuperare alla comunità sociale il reo; evitare che possa ancora delinquere; ridurre i rischi di fenomeni recidivanti»(51). Per dare impulso al programma sperimentale, dovranno realizzarsi attività di promozione di accordi tra l’Amministrazione comunale e le strutture periferiche dell’Amministrazione penitenziaria per l’inserimento lavorativo dei detenuti e degli internati, nonché di accordi tra Comune e Tribunale per lo svolgimento del lavoro di pubblica utilità nel territorio dell’ente locale. I Comuni pertanto dovranno individuare i fabbisogni lavorativi della propria area di riferimento, avendo a riguardo in particolare – oltre che al concetto generale di pubblica utilità – ai settori e alle attività per i quali, pur sussistendo fabbisogno di manodopera, non vi è offerta di lavoro (lavori umili o di fatica), nonché alle attività formative volte all’apprendimento di mansioni artigianali ormai in disuso e quindi altrimenti destinate all’estinzione; per agevolare l’incontro di domanda e offerta di lavoro, verrà attivato un help desk dedicato ai Comuni stessi(52).
Per ciò che concerne gli effetti benefici, secondo il Ministro della Giustizia Severino «se ogni Comune decidesse di coinvolgere in lavori esterni dieci detenuti, avremmo di colpo duemila reclusi occupati in lavori utili, facendo aumentare così del 20% l’attuale quota di detenuti che usufruiscono di permessi di lavoro»(53); si tratterebbe quindi di uno strumento dotato di grande potenziale non solo da un punto di vista rieducativo, ma anche in relazione all’incremento della consistenza numerica dei soggetti che potrebbero così essere ammessi a svolgere lavoro in abito extramurario. E, a chi polemizza contro l’iniziativa, il Ministro risponde: «si dice che rappresentino un pericolo per la sicurezza dei cittadini, ma i detenuti che lavorano non hanno recidiva e portano questo valore nel carcere, tra quanti aspirano alla stessa condizione. Inoltre sono selezionati dai magistrati di sorveglianza. Si dice che sottraggano lavoro ad altri, ma il lavoro utile alla comunità è spesso un lavoro rifiutato da altri e comunque l’Anci, con il sistema dei voucher aprirà questo lavoro anche ai non detenuti»(54).
Da parte nostra ci limitiamo a ritenere francamente impensabile un atteggiamento ostile verso questa opportunità: non solo nel merito essa risulta ampiamente apprezzabile, ma, e ancor più, se guardiamo alla nostra situazione penitenziaria non possiamo che riconoscere di non avere attualmente valide alternative.
Appare non priva di interesse in questo contesto l’idea di riportare la proposta bresciana in tema di applicazione degli LPU. Si tratta di una iniziativa sperimentale, fra le prime attuate in Italia ma di derivazione da analoghe proposte da tempo attuate in Francia e in Belgio, con la quale una onlus cittadina ha voluto promuovere un percorso dal concreto significato rieducativo, posto all’interno del paradigma di Giustizia ripartiva. In concreto ai condannati agli LPU viene offerta la possibilità di frequentare un corso di educazione alla cittadinanza orientato nei diversi profili di educazione alla legalità, educazione alla guida sicura ed educazione alla salute, sottraendo la durata del corso (20 ore) al monte ore complessivo di attività non remunerata a favore della collettività cui sono tenuti in forza del provvedimento emesso dall’A.G.
Tale proposta e’ frutto di un lungo ed articolato percorso di progettazione, condiviso dallo scrivente con il Tribunale di Brescia, il settore sicurezza del Comune di Brescia, l’Ordine degli Avvocati, l’UEPE di Brescia e alcuni rappresentanti del volontariato. Il Corso prevede erogazione didattica frontale e interazione formativa. Grazie alla collaborazione con diverse istituzioni ed enti del territorio si avvale della presenza di qualificati relatori provenienti da: ASL, ARPA, 118, Polizia locale, Carabinieri, Vigili del Fuoco, “Associazione familiari vittime della strada”, “Associazione Club Alcolisti in Trattamento”, “Alcolisti anonimi” e naturalmente la Onlus proponente, l’ Associazione Carcere e Territorio di Brescia.
La partecipazione ad oggi è stata attiva e interessata da parte di tutti i corsisti, grazie anche alla disponibilità dei locali specificatamente previsti per l’educazione stradale, opportunamente concessi da un Istituto scolastico superiore bresciano. Ulteriore nota positiva proviene dal fatto che il Corso è stato allestito e realizzato a” costo zero”. Le sole spese riguardano la copertura assicurativa dei partecipanti.
La seconda delle due opzioni di utilizzo della giustizia ripartiva precedentemente illustrate si sostanzia in uno strumento collocabile nella fase dell’esecuzione penale inframuraria, consistendo in una opportunità fornita ai detenuti di svolgere attività non remunerata a favore della collettività in luogo della statica permanenza in carcere.
Gli strumenti che la normativa penitenziaria mette a disposizione in questa prospettiva sono il comma 7 dell’Art. 47 dell’Ordinamento Penitenziario, il quale prevede che «[…] l’affidato si adoperi in quanto possibile in favore della vittima del suo reato […]»; e il comma 1 dell’ Art. 27, del DPR 230/2000 che prevede venga espletata «una riflessione sulle condotte antigiuridiche poste in essere, sulle motivazioni e sulle conseguenze negative delle stesse per l’interessato medesimo e sulla possibili azioni di riparazione delle conseguenze del reato,incluso il risarcimento dovuto alla persona offesa».
Appare piuttosto evidente come tali aperture del Legislatore possano divenire strumenti concretamente realizzabili solo mediante accordi convenzionali progettati con le Istituzioni Giudiziarie, con le Amministrazioni locali, e con la rete dell’Associazionismo sociale.
Gli ambiti disponibili sono gli stessi degli LPU e come tali appaiono ampi. La particolare natura dei soggetti coinvolti suggerisce però come preferibili quelli relativi a:

  • Protezione civile
  • Tutela patrimonio artistico
  • Tutela animali
  • Progetti di educazione alla legalità

Le vesti giuridiche che i progetti di giustizia riparativa nella fase di esecuzione penale possono assumere si devono oggi ragionevolmente riportare ai tradizionali percorsi delle misure alternative alla detenzione (nello specifico all’interno dell’ Affidamento in prova al servizio sociale ex Art. 47 O.P. e all’interno della Detenzione. Domiciliare ex Art. 47 ter O.P.) e alle più originali possibilità offerte dall’ Art 21 O.P. (cd lavoro esterno) e dai Permessi ex Art 30 e 30 ter O.P.
La cornice normativa nazionale indicata trova una sua legittimazione sovranazionale dalla lettura delle regole penitenziarie europee, che alla regola 103 afferma che:

  • Il regime per i detenuti condannati deve iniziare non appena una persona entra in istituto con la posizione di detenuto condannato, a meno che esso non sia iniziato precedentemente.
  • Appena possibile dopo l’ingresso, devono essere redatti rapporti completi per tutti i detenuti condannati sulla loro situazione personale, sui programmi di trattamento proposti per ognuno di loro e sulla strategia per la preparazione alla loro liberazione.
  • I detenuti condannati devono essere incoraggiati a partecipare alla pianificazione dei loro programmi individuali di trattamento.
  • Tale programma deve prevedere, per quanto possibile: un lavoro,una formazione,altre attività, e una preparazione alla liberazione.
  • Il regime dei condannati può anche includere un lavoro sociale, e l’intervento del medico e dello psicologo.
  • Un sistema di permessi deve fare parte integrante del regime dei detenuti condannati.
  • I detenuti che lo desiderano possono partecipare ai programmi di giustizia riparativa e riparare le infrazioni commesse.
  • Un’attenzione particolare deve essere prestata al programma di trattamento e al regime dei condannati a vita o a pene lunghe.

Si è posto in evidenza il punto 103.7 da cui emerge il fatto che i programmi di giustizia ripartiva sono riconosciuti sempre più come strumenti di riparazione diretta o indiretta delle infrazioni commesse, per i detenuti che desiderino parteciparvi.
Questa determinazione è il prodotto di un percorso elaborativo lungo ed articolato nel quale citiamo ad esempio:

  • la RECOMMENDATION No. R (87) 21 OF THE COMMITTEE OF MINISTERS TO MEMBER STATES ON ASSISTANCE TO VICTIMS AND THE PREVENTION OF VICTIMISATION;
  • la RECOMMENDATION NO. R (99) 19 OF THE COMMITTEE OF MINISTERS TO MEMBER STATES CONCERNING MEDIATION IN PENAL MATTERS;
  • e la RECOMMENDATION No. R (99) 22 OF THE COMMITTEE OF MINISTERS TO MEMBER STATES CONCERNING PRISON OVERCROWDING AND PRISON POPULATION INFLATION.

Da ultimo ricordiamo il Green Paper pubblicato dalla European Commission a Brussels il 14.6.2011 concernente il «mutual trust in the European judicial area – A Green Paper on the application of EU criminal justice legislation in the field of detention» nel quale si promuove l’applicazione di «alternatives to custody and measures facilitating early release. Its correct application would imply that probation measures and alternatives to imprisonment would be available in all legal systems across the Union».
Insomma anche l’Europa ci chiede di orientare le nostre politiche criminali in modo univoco e convinto nella direzione della Giustizia ripartiva; i tempi sono maturi, la situazione lo richiede, la normativa sempre meno timidamente lo consente. Ora sta a noi pensare al castigo in termini non di solo carcere.

GLOSSARIO
ART. 27 COSTITUZIONE
«La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte».

Note

1.Contributo redatto con la collaborazione delle dottoresse Marta Pizio e Marzia Tosi afferenti all’Associazione Carcere e Territorio Onlus di Brescia, www.act-bs.it
2.Romano C.A. (2011), Le sbarre invisibili, Rass. It. Criminologia, 3, V, p. 6.
3.Zappa G. (1984), Carcere, ente locale, opinione pubblica, CLUEB, Bologna
4.Ceretti A., Mazzucato C. (2001), “Mediazione e giustizia riparativa tra Consiglio d’Europa e Onu”, in Diritto penale e processo, n. 6, p. 722.
5.Mannozzi G. (2004), La giustizia senza spada. Uno studio comparato su giustizia riparativa e mediazione penale, Giuffrè, Milano, p. 92.
6.ISPAC – International Scientific and Professional Advisory Council of the United Nations Crime Prevention and Criminal Justice Programme http://ispac.cnpds.org/
7.Il 19 marzo del 2008 la Commissione Nazionale Consultiva e di coordinamento per i rapporti con le Regioni, gli Enti locali e il volontariato, approvò un documento indicante le linee-guida per la realizzazione dei concreti percorsi di reinserimento sociale per le persone in esecuzione penale. Il passaggio decisivo nella realizzazione di una rete congiunta di percorsi di reinserimento sociale divenne la visione strategica comune e l’integrazione professionale da attivarsi attraverso azioni di sensibilizzazione della collettività e di formazione congiunta degli operatori appartenenti ai diversi sistemi. Un nuovo patto per l’inclusione sociale, in: www.leduecitta.it
8.P. Ciardiello, Punire, rieducare, riparare – Una riflessione su diversi modi di “fare giustizia”, Giustizia riparativa, diritti e welfare plurale, Monza, 8 maggio 2008, in: www.ristretti.it
9.M. Pavarini, Dalla pena perduta alla pena ritrovata, Rassegna penitenziaria e criminologica, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, Nuova serie, Anno V, 2001, n. 1-3, p. 124.
10.C. Sarzotti, La cultura giuridica dei procuratori generali nelle relazioni inaugurali degli anni giudiziari, 2004, p. 246.
11.Gli atti citati sono consultabili sul sito ufficiale del Consiglio d’Europa, www.coe.int e delle Nazioni Unite, www.un.org, oltre al sito www.restorativejustice.org
12.L. 689/1981, Modifiche al sistema penale, pubblicata sulla Gazz. Uff. 30 novembre 1981, n. 329.
13.Grasso, La riforma del sistema sanzionatorio: le nuove pene sostitutive della detenzione di breve durata, in Riv. It. Dir. Proc. Pen., 1981, p. 1412.
14.Cfr. art. 105, 1° primo, L. 689/1981, op. cit.
15.La situazione di insolvibilità può coinvolgere anche la parte civilmente obbligata per la pena pecuniaria.
16.Cfr. Codice Penale Commentato, I, art. 136, p. 1306. E’ la stessa Corte di Cassazione che chiarisce cosa debba intendersi per insolvibilità.
17.La libertà controllata è una pena limitativa della circolazione del soggetto, essa comporta: «1) il divieto di allontanarsi dal comune di residenza, salvo autorizzazione concessa di volta in volta ed esclusivamente per motivi di lavoro, di studio, di famiglia o di salute; 2) l’obbligo di presentarsi almeno una volta al giorno, nelle ore fissate compatibilmente con gli impegni di lavoro o di studio del condannato, presso il locale ufficio di pubblica sicurezza o, in mancanza di questo, presso il comando dell’Arma dei carabinieri territorialmente competente; 3) il divieto di detenere a qualsiasi titolo armi, munizioni ed esplosivi, anche se è stata concessa la relativa autorizzazione di polizia; 4) la sospensione della patente di guida; 5) il ritiro del passaporto, nonché la sospensione della validità, ai fini dell’espatrio, di ogni altro documento equipollente; 6) l’obbligo di conservare e di presentare ad ogni richiesta degli organi di polizia e nel termine da essi fissato l’ordinanza emessa a norma dell’articolo 62 e l’eventuale provvedimento di modifica delle modalità di esecuzione della pena, adottato a norma dell’articolo 64» (art. 56 L. 689/1981 Modifiche al sistema penale, op. cit.).
18.L. 689/1981 Modifiche al sistema penale, op. cit.
19.Sentenza 14-21 giugno 1996, n. 206, Gazz. Uff. 26 giugno 1996, n. 6 – Serie speciale, www.giurcost.org.
20.Morrone A. (2000), Nuove sanzioni alternative alla detenzione: il lavoro a favore della collettività, in DPP, p. 1036.
21.L. 205/1993, pubblicata in Gazz. Uff. 27 aprile 1993, n. 97.
22.L. 962/1967, Prevenzione e repressione del delitto di genocidio pubblicata in Gazz. Uff. 30 ottobre 1967, n. 272.
23.L. 654/1975 – Ratifica ed esecuzione della convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, aperta alla firma a New York il 7 marzo 1966, pubblicata in Gazz. Uff. 23 dicembre 1975, n. 337, S.O.
24.L’art. 1-quinquies elenca le attività che possono essere oggetto del facere gratuito a cui è condannato il reo: «la prestazione di attività lavorativa per opere di bonifica e restauro degli edifici danneggiati con scritte, emblemi o simboli propri o usuali delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui al comma 3 dell’art. 3, L. 13 ottobre 1975, n. 654; lo svolgimento di lavoro a favore di organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato, quali quelle operanti nei confronti delle persone handicappate, dei tossicodipendenti, degli anziani o degli extracomunitari; la prestazione di lavoro per finalità di protezione civile, di tutela del patrimonio ambientale e culturale, e per altre finalità pubbliche individuate con il decreto di cui al comma 1-ter».
25.L’opposizione dell’imputato (cfr. art. 1-bis D.L.vo 122/1993, art. 165 c.p. e art. 224bis D.L.vo 285/1992) – e non il suo consenso! (cfr. artt. 54-55 D.L.vo 272/2000 e art. 73 5bis T.U.Stupefacenti) – subordina l’applicazione della misura, in virtù dell’art. 4 Cedu che vieta i lavori forzati o obbligatori.
26.Cfr. art. 1-quater, D.L.vo 122/1993, op. cit.
27.«Chiunque, avendo riportato una condanna, da cui consegue una pena accessoria, trasgredisce agli obblighi o ai divieti inerenti a tale pena, è punito con la reclusione da due a sei mesi. La stessa pena si applica a chi trasgredisce agli obblighi o ai divieti inerenti ad una pena accessoria provvisoriamente applicata».
28.Decreto legislativo 1° dicembre 1997, n. 468 , Revisione della disciplina sui lavori socialmente utili, a norma dell’articolo 22 della legge 24 giugno 1997, n. 196, in www.camera.it. Vale la pena di ricordare che nel nostro ordinamento una prima possibilità di applicazione dell’istituto è stata introdotta ad opera dell’articolo 105 della legge 689/1981, che l’ha previsto come sanzione sostitutiva in caso di conversione di pene pecuniarie non eseguite per insolvibilità del condannato. La norma ci dice che «Il lavoro sostitutivo consiste nella prestazione di un’attività non retribuita a favore della collettività, da svolgersi presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni o presso enti, organizzazioni o corpi di assistenza, di istruzione, di protezione civile e di tutela dell’ambiente naturale o di incremento del patrimonio forestale, previa stipulazione, ove occorra, di speciali convenzioni da parte del Ministero di grazia e giustizia, che può delegare il magistrato di sorveglianza. Tale attività si svolge nell’ambito della provincia in cui il condannato ha la residenza, per una giornata lavorativa per settimana, salvo che il condannato chieda di essere ammesso ad una maggiore frequenza settimanale». Si veda Legge 24 novembre 1981, n. 689, Modifiche al sistema penale, in www.altalex.com. Inoltre l’articolo 1-bis decreto legge 122/1993 ha sancito la possibilità dell’applicazione della sanzione accessoria del lavoro di pubblica utilità per chi si macchi di reati quali la costituzione di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi aventi come scopo l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi e di istigazione, tentativo, commissione o partecipazione a fatti di genocidio. Si veda in proposito Decreto legge 26 aprile 1993, n. 122, coordinato con la legge di conversione 25 giugno 1993, n. 205, recante “Misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa”, in www.governo.it.
29.La norma procede elencando una serie di ambiti ai quali si deve avere particolare riguardo:
«a) cura e assistenza all’infanzia, all’adolescenza, agli anziani; riabilitazione e recupero di tossicodipendenti, di portatori di handicap e di persone detenute, nonché interventi mirati nei confronti di soggetti in condizioni di particolare disagio e emarginazione sociale;
b) raccolta differenziata, gestione di discariche e di impianti per il trattamento di rifiuti solidi urbani, tutela della salute e della sicurezza nei luoghi pubblici e di lavoro, tutela delle aree protette e dei parchi naturali, bonifica delle aree industriali dismesse e interventi di bonifica dall’amianto;
c) miglioramento della rete idrica, tutela degli assetti idrogeologici e incentivazione dell’agricoltura biologica, realizzazione delle opere necessarie allo sviluppo e alla modernizzazione dell’agricoltura anche delle zone di montagna, della silvicoltura, dell’acquacoltura e dell’agriturismo;
d) piani di recupero, conservazione e riqualificazione, ivi compresa la messa in sicurezza degli edifici a rischio, di aree urbane, quartieri nelle città e centri minori, in particolare di montagna; adeguamento e perfezionamento del sistema dei trasporti; interventi di recupero e valorizzazione del patrimonio culturale; iniziative dirette al miglioramento delle condizioni per lo sviluppo del turismo».
30.Tale legge si è occupata di dettare la disciplina delle cooperative sociali, gettando senza dubbio le basi per un ampliamento del fenomeno della cooperazione sociale. Si veda in proposito ROMANO C.A., “Carcere, lavoro e cooperazione sociale”, in (a cura di) GATTI U., GUALCO B. (2003), Carcere e territorio, Giuffrè editore, Milano, p. 279.
31.Legge 24 novembre 1999, n. 468, Modifiche alla legge 21 novembre 1991, n. 374, recante istituzione del giudice penale. Delega al Governo in materia di competenza penale del giudice di pace e modifica dell’articolo 593 del codice di procedura penale, in www.parlamento.it.
32. Decreto Legislativo 28 agosto 2000, n. 274, Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell’articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468, in www.camera.it
33. MORRONE A. (2000), Mediazione e riparazione penale nella competenza del giudice di pace, in Rassegna penitenziaria e criminologica, I, III, p. 55. (top)
34. MORRONE A., op. cit., p. 61.
35.Legge 11 giugno 2004, n. 145, Modifiche al codice penale e alle relative disposizioni di coordinamento e transitorie in materia di sospensione condizionale della pena e di termini per la riabilitazione del condannato, in www.camera.it.
36.L’articolo 165, comma I, C.p., recita testualmente: «La sospensione condizionale della pena può essere subordinata all’adempimento dell’obbligo delle restituzioni, al pagamento della somma liquidata a titolo di risarcimento del danno o provvisoriamente assegnata sull’ammontare di esso e alla pubblicazione della sentenza a titolo di riparazione del danno; può altresì essere subordinata, salvo che la legge disponga altrimenti, all’eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose del reato, ovvero, se il condannato non si oppone, alla prestazione di attività non retribuita a favore della collettività per un tempo determinato comunque non superiore alla durata della pena sospesa, secondo le modalità indicate dal giudice nella sentenza di condanna».
37.Decreto del Presidente della Repubblica del 9 ottobre 1990, n. 309, Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, in www.interno.it.
38.MARRA A., TRONCONE P., Le recenti strategie repressive contro le tossicodipendenze a favore di un nuovo welfare penale, s.d.
39.BAGNATO M.E. (25 marzo 2011), Stupefacenti: la sostituzione della pena detentiva non è un diritto, Nota a Corte di Cassazione, Sezione 3 penale, Sentenza 23 febbraio 2011, n. 6876, in www.altalex.com.
40.Decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, Nuovo codice della strada, in www.mit.gov.it.
41.Legge 29 luglio 2010, n. 120, Disposizioni in materia di sicurezza stradale, in www.interno.it.
42.Legge 21 febbraio 2006, n. 102, Disposizioni in materia di conseguenze derivanti da incidenti stradali, in www.camera.it.
43.Secondo alcuni, la provocazione dell’incidente sussisterebbe in concreto ogniqualvolta il soggetto sia in qualche misura – anche minima – responsabile del sinistro; pertanto ove non sussistesse tale riconducibilità della colpa dell’incidente al conducente sorpreso in stato di ebbrezza, potrebbe validamente trovare applicazione la pena sostitutiva del lavoro di pubblica utilità. Si esprime in tal senso FURLAN M. (settembre 2011), I lavori di pubblica utilità e l’art. 186 c.d.s., in www.penale.it.
44.Cito testualmente da Decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, Nuovo codice della strada, cit.
45.IDEM.
46.COZZI F., TRINCI A.(24 febbraio 2012), “La sanzione sostitutiva del lavoro di pubblica utilità per i reati di guida in stato di ebbrezza o di intossicazione da sostanze stupefacenti”, in Diritto penale e contemporaneo, 2012, pp. 2-4 in www.penalecontemporaneo.it
47.TRINCI A., “L’applicazione del protocollo d’intesa sul lavoro di pubblica utilità in materia di sicurezza stradale, in Incontro operativo di problematiche concrete rivolto ad enti ed organizzazioni convenzionati o comunque interessati, professionisti e cittadini.”, Atti del Convegno di Studi. Rimini, 1° luglio 2011, a cura di TRIBUNALE DI RIMINI, CONSIGLIO DELL’ORDINE DEGLI AVVOCATI DI RIMINI, CAMERA PENALE DI RIMINI, pp. 6-12, in www.ufficigiudiziaririmini.it. L’utilizzo del termine imputato farebbe propendere per un’interpretazione secondo la quale l’eventuale opposizione dovrebbe intervenire precedentemente la sentenza di condanna, tuttavia – a onor del vero – dobbiamo anche tenere presente che il lavoro di pubblica utilità è pena sostitutiva, e pertanto va a soppiantare la pena decisa dal giudice con la sentenza, secondo i citati criteri di ragguaglio predeterminati per legge.
48.ANCI – DAP (20 giugno 2012), Protocollo d’intesa tra Associazione Nazionale Comuni d’Italia (ANCI) e Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria, in www.giustizia.it.
49.IDEM, p. 3.
50.MAROSCIA A.(21.6.2012), Protocollo ANCI – Ministero Giustizia per il lavoro esterno dei detenuti, in www.lavoroediritti.com.
51.ANCI – DAP, Protocollo d’intesa tra Associazione Nazionale Comuni d’Italia (ANCI) e Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria, cit., p. 2.
52.IDEM, p. 4.
53.MAROSCIA, Protocollo ANCI – Ministero Giustizia per il lavoro esterno dei detenuti, cit.
54.IDEM.