Riflessioni sulla pena e il confronto con l’altro da sé. Un’introduzione alla mediazione penale e penitenziaria

Marta Lamanuzzi e Fabio Gino Seregni

«Da millenni gli uomini si puniscono vicendevolmente – e da millenni si domandano perché lo facciano»(1). Questa l’epigrafe di Pena e retribuzione: la riconciliazione tradita, saggio del teologo tedesco Eugen Wiesnet che affronta il problema cruciale del diritto penale: il significato della pena come risposta al reato.

Da tempo il dibattito penalistico ruota attorno alla crisi della politica criminale e del ruolo eticizzante del diritto penale. Autorevoli riflessioni si sono indirizzate alla ricerca di nuove forme di risposta al crimine che, da una parte, diano concreta attuazione ai dettami costituzionali di rieducazione e reinserimento sociale e, dall’altra, consentano al reo di rielaborare il fatto commesso attraverso la comprensione empatica della sofferenza della vittima e l’interiorizzazione dei valori tutelati dalla norma violata(2).
Tale ricerca, in verità, affonda le proprie radici in un terreno culturale di accresciuta sensibilità per i diritti e bisogni sociali. Come lucidamente analizzato da studi sociologici e filosofici contemporanei, esiste un nesso, una correlazione, tra la fluidità della società attuale e la ricerca di tutela. La crisi dello Stato assistenziale, dei modelli di Wellfare, erosi dal neo-liberismo e dalla crisi economica, genera una sorta di ‘migrazione’ delle aspettative popolari nei confronti della democrazia verso sentite istanze di giustizia(3). Cresce il bisogno di una giustizia più articolata, complessa, non semplificatoria, che non esaurisca il «fare giustizia» nella punizione del colpevole, ma che assuma una prospettiva relazionale di ascolto e comprensione dei conflitti, attenta al ‘costo morale’ del reato, all’«inflizione di sofferenza» che esso comporta. All’interno di tale scenario possono ritagliarsi uno spazio di senso i programmi e le buone pratiche di mediazione penale e penitenziaria.
In primo luogo, in una prospettiva terminologica, il termine mediazione viene comunemente utilizzato per indicare l’opera di un mediatore, terzo e neutrale, che facilita lo scambio tra le parti e i loro punti di vista al fine di trovare una soluzione al conflitto che le oppone. In tal senso, pare configurarsi, usando un’espressione di Gian Vittorio Pisapia, come una «terra di mezzo» all’interno della quale si crea uno spazio, un luogo, nel quale si può assistere a una «(ri)costruzione della connessione», in grado di agevolare «incontri ricostitutivi»(4).
In ambito penalistico, la mediazione si declina in forme, pratiche e, talvolta, in istituti volti a stimolare un dialogo tra vittima e reo il più possibile funzionale all’emersione della verità e a una rielaborazione condivisa del fatto di reato. I tratti salienti della mediazione penale sono il suo carattere volontario, l’impegno richiesto alle parti coinvolte e gli effetti di responsabilizzazione e crescita personale che essa può produrre. La sua importanza ha ricevuto esplicito riconoscimento a livello internazionale. Le Nazioni Unite e l’Unione Europea, in particolare il Consiglio d’Europa, con diverse risoluzioni, linee guida e direttive, hanno fortemente incoraggiato i singoli Stati a introdurre e implementare nei rispettivi ordinamenti programmi e istituti di giustizia riparativa(5). Non solo per far fronte al problema, seppur tragico, del sovraffollamento carcerario, ma altresì per incentivare lo sviluppo di nuove forme di giustizia penale(6). In molti Paesi europei sono stati così adottati programmi di mediazione, in alcuni casi, sovvenzionati dai rispettivi Ministeri e inseriti in un circuito istituzionale, in altri, promossi da associazioni territoriali private(7).
Nonostante ciò, è bene evidenziarlo, il paradigma repressivo-retributivo non è stato del tutto superato, si assiste ancora a tecniche di strumentalizzazione del diritto penale in chiave simbolica, volte alla riaffermazione della sovranità nazionale, sempre più erosa dalle dinamiche della globalizzazione. Nelle più accurate analisi sociologiche e criminologiche contemporanee, risulta infatti evidente il rapporto di interdipendenza tra il clima di insicurezza, nella declinazione più ampia di Un-sichereit utilizzata da Zygmunt Bauman e le politiche populiste di legge e ordine(8). Come lucidamente espresso da David Garland, a proposito delle tardo-moderne politiche criminali del controllo, il discorso pubblico sul crimine spesso si pone ancora in termini di alterità, di ‘altro da Sé’, con caratteristiche proprie della logica dicotomica amico-nemico(9).

La risposta penale in questa declinazione riflette meccanismi psicologici di diniego, rimozione eacting out, negando il confronto con le cause del ‘male’, sorto al proprio interno, per concentrarsi esclusivamente sugli effetti da estirpare. L’ordine sociale così ottenuto, nella riflessione del criminologo scozzese, si fonda su un «consenso di tipo meccanico e premoderno, basato, cioè, sulla condivisione di un insieme di valori, e non sul pluralismo e la tolleranza della diversità. Coloro che non riescono o non possono aderirvi, devono essere scomunicati ed espulsi»(10). Riecheggiano pratiche definitorie del crimine e della pena proprie dei tempi in cui lo stigma della sanzione e l’etichetta, quella di ‘criminale’, risultavano utili, più che a «spiegare un atto» a «qualificare un individuo»(11).

Questa forma mentis che tende ossessivamente a rimuovere (o a nascondere) il conflitto al proprio interno, manifesta un atteggiamento nei confronti del crimine, di «proiezione dell’ombra»(12), creando di volta in volta capri espiatori da immolare sull’altare dell’ordine e della sicurezza sociale. Inevitabili ricadute di tale tendenza sono state nuove forme di esclusione sociale e inasprimento dei conflitti, da cui è conseguita, ad esempio, un’iperbolica crescita dei tassi di carcerazione.

Moderne correnti criminologiche statunitensi pongono l’accento, al contrario, sul legame intercorrente tra le forme di giustizia riparativa e lo sviluppo di una società civile ed evoluta(13). Essa offre, infatti, l’opportunità di vedere il conflitto come occasione di apprendimento, di comprendere la molteplicità e cogliere le sofferenze dei più deboli, di sentire lo spessore emotivo del crimine, nonché di valorizzare la persona umana nel suo complesso e, dunque, la sua dignità. Nelle parole del nord-americano Mark Umbreit, fondatore e direttore del Center for Restorative Justice & Peacemaking e Professore presso la School of Social Work dell’Università del Minnesota, uno dei massimi esperti e ‘sostenitori’ della Restorative Justice, la ricerca empirica ha dimostrato come le pratiche di VOM (victim-offender mediation, n.d.r.), «nelle vittime e negli autori dei reati creino soddisfazione, percezione di equità, completamento degli accordi di riparazione e riduzione del tasso di recidiva». Tali pratiche restano centrali per il movimento per la giustizia riparativa perché servono a «ricordarci la centralità della vittima e la potenza della sua voce e della sua storia per far avanzare il dialogo e creare un più ampio contesto per far maturare la responsabilità del trasgressore e un più approfondito apprendimento»(14).

Il tentativo di creare nuovi paradigmi di risposta al reato riflette, peraltro, una rinnovata concezione del crimine, non più identificato unicamente come offesa a un bene giuridico, ma arricchito di una dimensione relazionale(15). Sviluppare «la mediazione in ambito penitenziario (minorile e non) significa anzitutto superare la visione del reato quale atto isolato e astratto, commesso da un soggetto difficile, e iniziare a leggerlo come un segmento di complesse vicende relazionali»(16). Il dialogo della mediazione si pone quindi come ‘cura’ della duplice frattura relazionale prodotta dal reato: da una parte, del legame reo-società e, dall’altra, di quello reo-vittima(17). È così possibile superare la tradizionale impostazione reo-centrica del diritto penale e della pena in favore di una visione più estesa, sensibile anche alle esigenze della vittima. Quest’ultima, infatti, da un lato, resta tradizionalmente esclusa dallo scenario del processo penale, fatti salvi i limitati poteri connessi al ruolo di persona offesa o di parte civile, dall’altro, sovente viene strumentalizzata per dotare di potere simbolico le misure punitive(18).

Se la giustizia, tradizionalmente intesa, fornisce come risposta al reato la «separazione materiale, morale e giuridica del colpevole dal resto del consesso umano»(19), se il processo penale tende a enfatizzare l’alterità applicando la punizione, la Restorative Justice cerca, invece, di far emergere la comunanza, la complementarietà del reo rispetto alla vittima e alla collettività. La mediazione, in particolare, è un’occasione offerta ai soggetti coinvolti di partecipare insieme e liberamente a un incontro in cui, grazie a una narrazione complementare, possono far emergere le loro verità personali simultaneamente. Non una verità formale e lineare, inserita in un giudizio di conformità a una norma, ma sostanziale e duale, di «reciproca sincerità». Luciano Eusebi evidenzia la possibilità offerta dalla mediazione di «dirsi qualcosa di vero dopo il reato», di far emergere quella verità che, «per molti versi, non è già posseduta dallo stesso soggetto colpevole (ove lo sia), quasi si trattasse, semplicemente dell’indisponibilità a rivelarla, ma necessita pur sempre di un percorso, o più precisamente di un percorso relazionale, che né il processo, né le criteriologie del punire oggi, di fatto, consentono»(20).

Il confronto con la vittima, il contatto diretto con il volto e le emozioni dell’altro, se correttamente inteso e praticato, può produrre quell’assunzione di responsabilità, da intendersi nell’etimologia del termine più ampia, propria del verbo latino respondeo. Non solo come la «capacità giuridica di rispondere di (delle proprie azioni, delle proprie scelte), ma la capacità morale di ‘rispondere a’ chi mi interpella, mi reclama, ha bisogno di me»(21). Il processo di interiorizzazione dei valori tutelati dalla norma incriminatrice violata, come dimostrato dalle più evolute ricerche criminologiche degli attori violenti, dipende fortemente dalla relazione con gli altri soggetti (significativi) coinvolti(22). Ogni individuo racconta sé stesso e il proprio portato in un dialogo interiore, un soliloquio, che è fatto di continui rimandi agli altri e alla propria visione di sé stessi. La mediazione, favorendo il passaggio da una visione del fenomeno criminale individualistica, vale a dire concentrata solo sul «corpo del reo», per utilizzare un’espressione foucaultiana, a una visione relazionale, aiuta l’‘io’ a condividere le proprie dinamiche con quelle della vittima e della collettività.

In altri termini, «l’incontro di mediazione diviene un tempo e uno spazio che può aiutare ad abbandonare una bipolarizzazione immaginaria tra i soggetti in conflitto e aiuta a introdurre un ordine simbolico che offre agli individui uno spazio per differenziarsi»(23). La sfida è quella di abbattere le rappresentazioni sociali nelle quali le parti sono inserite e vedono l’altro, e vedono sé stesse, in una immutabilità di significati e di significanti.
Solo quando le parti «riconoscono di avere accesso a un vissuto coerente di singolarità, quando creano le condizioni per rendere tollerabili le inconciliabilità che le separano», si raggiunge il risultato di una mediazione vera. L’obiettivo ultimo è quello di «costruire un legame sociale che attinga alla potenza del reale e del simbolico, e non solo dell’immaginario», uscendo «dal solipsismo che contraddistingue i loro ruoli di ‘vittima’ e di ‘reo’, di ‘danneggiato’ e di ‘danneggiante’, dalle due posizioni contraddittorie, opposte, che si fronteggiano e che paiono loro vitali, dal desiderio di ciascuno di prevalere sull’altro, di usare la parola per influenzare e dominare, cercando solo la propria affermazione»(24).

La lingua, la parola, il trauma dell’esperienza del male che si fa discorso. Nella sua consolidata esperienza in materia, Claudia Mazzucato rileva come nella mediazione reo-vittima si apra la porta al «linguaggio della vita». Il contesto dialogico-consensuale che caratterizza tali programmi, l’idea stessa di «partecipare attivamente insieme» a un lavoro costruttivo sugli effetti distruttivi del reato in vista di un gesto di riparazione da offrire e ricevere in una reciprocità non retributiva, iscrivono la mediazione reo-vittima e gli altri percorsi riparativi nella più «rigorosa e matura realizzazione degli ideali democratici, senza perdere (anzi guadagnando) in efficienza del sistema»(25).
Questi nuovi fermenti culturali, che rifuggono la ricerca di un capro espiatorio in virtù di una comprensione del fenomeno criminale più autentica e, di conseguenza, funzionale alla prevenzione, hanno stimolato tentativi di riforma e di applicazione di nuovi modelli di tutela in diversi contesti normativi.

L’entusiasmo che si è di recente sviluppato attorno al tema della mediazione penale non deve però portare a ignorare i rischi che un uso distorto di essa può comportare. I programmi di giustizia riparativa, se non correttamente intesi e applicati, possono infatti tradursi in una strumentalizzazione della vittima per fini diversi da quelli di tutela e di valorizzazione della dignità dei soggetti coinvolti. La Restorative Justice ha valenze e potenzialità ben più ambiziose della mera risposta a esigenze deflattive e della riparazione ‘monetaria’ del danno da reato. Esempi ne sono le tecniche di responsabilizzazione dei singoli all’interno delle organizzazioni complesse, attraverso la predisposizione di modelli di compliance condivisi, finalizzati alla prevenzione del rischio di illecito; nonché la risoluzione alternativa delle controversie in settori di particolare rilevanza sociale, come in ambito sanitario. I fattori che rendono i casi di malpractice particolarmente idonei a risoluzioni mediate, sono: l’involontarietà delle offese prodotte nell’ambito dell’attività medica, la frequente esecuzione in equipe delle prestazioni sanitarie e il ruolo giocato dal consenso del paziente alla prassi terapeutica. In tale contesto la mediazione può contribuire all’emersione della verità e a colmare quell’abissale vuoto comunicativo che spesso alimenta incomprensioni e rancori, ri-umanizzando così il rapporto medico-paziente, che lo sviluppo delle scienze mediche e il crescente impiego di macchinari sta via via spersonalizzando. Da segnalare su questo fronte, il recente progetto di legge sviluppato dal Centro Studi “Federico Stella” sulla Giustizia Penale e la Politica Criminale (CSGP) in merito alla responsabilità medica e all’implementazione di programmi di giustizia riparativa finalizzati alla ricomposizione alternativa dei conflitti(26). Nel panorama legislativo italiano la mediazione penale, ancora lontana da un utilizzo diffuso nella più ampia cornice del processo, compare timidamente nel sistema penale del Giudice di Pace (d.lgs. 274/2000), che è tenuto a esperire un tentativo di conciliazione tra le parti (cfr. artt. 2, 29, co. 4)(27).

Tuttavia, l’ambito in cui la mediazione penale ha finora trovato terreno più fertile è senza dubbio il sistema della giustizia minorile delineato dal D.P.R. n. 448 del 1988, grazie agli spazi normativi offerti dagli artt. 9, 28 e 29. Tali norme conferiscono al processo minorile la connotazione di un processo in cui lo studio della personalità del minore e la risposta alle sue esigenze educative assumono primaria importanza. Istituto particolarmente innovativo e riconducibile al paradigma della mediazione è la sospensione del processo con messa alla prova, vale a dire l’affidamento del minore, la cui innocenza sia da escludersi, ai servizi minorili dell’amministrazione della giustizia, al fine di studiarne la personalità e dichiarare, in caso di esito positivo della prova, l’estinzione del reato(28). È bene segnalare che una recente novella legislativa, introdotta con la l. n. 67/2014, ha parzialmente esteso tale istituto anche agli adulti imputati nel processo penale. I primi commentatori hanno tuttavia evidenziato la differenza con l’istituto della mediazione minorile proprio per la sua assenza di volontarietà e hanno denunciato i rischi di una intensificazione imposta dall’alto delle procedure di mediazione, perdendo la prospettiva orizzontale e volontaristica.
Un altro settore nel quale le pratiche di mediazione hanno trovato di recente applicazione è quello carcerario. Soprattutto in Paesi, come quelli dell’America Latina, in cui gli episodi di violenza tra detenuti hanno assunto connotazioni e proporzioni allarmanti, sono stati elaborati e sperimentati progetti di mediazione penitenziaria finalizzati a ridurre la conflittualità tra i soggetti in vinculis. Non sono solo la privazione della libertà personale, la mancanza ‘fisica’ e ‘psichica’ di aria e la condivisione forzata di spazi angusti, come dimostrano numerosi studi sociologici, contribuiscono ad accrescere aggressività e possibilità di scontro, ma un altro importante fattore di conflittualità è l’evoluzione che la popolazione carceraria sta subendo negli ultimi decenni. Oggi convivono nelle carceri italiane, e non solo, detenuti che hanno provenienza sociale, etnica, religiosa e culturale diversa. Sempre più elevato è il numero dei detenuti immigrati non comunitari, provenienti da Africa, Asia, Europa dell’Est, generalmente coinvolti in circuiti malavitosi per far fronte a una situazione di indigenza e difficoltà e che finiscono in un microcosmo, quello carcerario, che spesso si rivela marcatamente ‘etnicizzante’ e stigmatizzante. Se l’integrazione è una delle principali sfide comparse nell’orizzonte europeo nel nuovo millennio, tale considerazione vale, a maggior ragione, all’interno degli istituti penitenziari.
L’obiettivo dei progetti di mediazione in carcere è quello di stimolare dialogo ed empatia, di ridurre quella distanza mentale che spesso divide detenuti o gruppi di detenuti nonostante la condizione di vicinanza fisica in cui versano. Si tratta di elaborare strategie capaci di favorire lo scambio interculturale e la reciproca accettazione pur con i limiti che le esigenze di contenimento e controllo comportano. Sebbene ridurre la conflittualità inframuraria sia un’esigenza ineludibile, occorre tuttavia guardarsi dal rischio che un’eccessiva enfasi su tali programmi di mediazione penitenziaria sopisca l’importante riflessione sull’opportunità del carcere come risposta ‘costruttiva’ ai fatti di reato.

In conclusione, il problema del punire non è solo riduttivamente assimilabile al problema del carcere e alle conseguenze del sovraffollamento, ma alla concezione e al significato più profondo della punizione, nonché al confronto con l’altro da sé. Accogliere al proprio interno la contemporanea presenza di voci confliggenti è il primo passo verso la vitalità dell’esistente. Come ricordato da Miguel Benasayag e Angélique Del Rey: «La creazione implica sempre un’indistinzione delle identità in conflitto, una zona di turbolenza nella quale non si hanno identità definitive. […] Nello scontro, nulla diviene. Tutto resta identico a sé», mentre «la messa in molteplicità delle identità è la condizione stessa della creazione del nuovo»(29). Il conflitto appartiene alla natura stessa della vita e anima il divenire delle cose. Divenire che nel nostro caso consiste in un ripensamento della risposta al reato fondata su valori universali capaci di contribuire allo sviluppo di una società più giusta ed equa.

GLOSSARIO

Politica criminale
Tradizionalmente intesa come il complesso sistematico di quei principi, secondo i quali lo Stato ha da condurre la lotta contro il delitto, per mezzo della pena e delle istituzioni a essa collegate.
F. VON LISZT, Kriminalpolitische Aufgaben, in Strafrechtliche Aufsätze und Vorträge, I, 1905, p. 291.

Mediazione
Per mediazione si intende la ricerca di un accordo amichevole per la composizione di una controversia. La logica sottesa all’istituto consiste nel principio della centralità delle parti in lite, che tentano di trovare, esse stesse, grazie all’attività svolta da un terzo (detto mediatore), la soluzione più adatta alla loro specifica situazione.
G. FALCO – G. SPINA (a cura di), La nuova mediazione. Regole e tecniche introdotte dal “Decreto del fare” (d.l. 69/2013, conv., con mod., in l. 98/2013), Giuffrè, Milano, 2014, p 3 e ss.

Controllo sociale
Secondo Kaiser per “controllo sociale” dovrebbero intendersi tutti quei meccanismi attraverso i quali la società esercita il proprio dominio sugli uomini che la compongono ottenendo da questi l’osservanza delle sue norme.
G. KAISER, Kriminologie, Heidelberg, 1997, p. 101, così come citato in G. FORTI, L’immane concretezza. Metamorfosi del crimine e controllo penale, cit., p. 106.

Stigma
di origine greca, il termine originariamente indicava quei segni fisici che venivano associati agli aspetti insoliti e criticabili della condizione morale di chi li possedeva. Da un punto di vista sociologico, secondo la ri-attualizzazione del concetto ad opera dello psicologo americano Erving Goffman, le caratteristiche dello stigma denotano un individuo che potrebbe facilmente essere accolto in un ordinario rapporto sociale se non possedesse una caratteristica “centralizzante” su cui si focalizza l’attenzione di coloro che lo conoscono, alienandoli da lui e spezzando il carattere positivo che gli altri suoi attributi possono avere. In altri termini, lo stigma rappresenta una diversità non desiderata rispetto a quanto auspicato dal gruppo di appartenenza.
E. GOFFMAN, Stigma. L’identità negata, Ombre corte, Verona, pp. 1 e 15

Restorative Justice
Approccio ai fatti penalmente rilevanti che tende a obiettivi quali: il riconoscimento della vittima, la riparazione dell’offesa nella sua dimensione globale, l’autoresponsabilizzazione del reo, il coinvolgimento della comunità nel processo di riparazione, il rafforzamento degli standard morali, il contenimento dell’allarme sociale.
A. CERETTI – F. DI CIÒ – G. MANNOZZI, Giustizia riparativa e mediazione penale: esperienze pratiche a confronto, in F. SCAPARRO (a cura di), Il coraggio di mediare. Contesti, teorie e pratiche di risoluzione alternative delle controversie, Guerini, Milano, 2001, pp. 311 e ss.

Capro espiatorio
Oggetto, persona o gruppo su cui, attraverso un meccanismo di proiezione, vengono scaricate colpe da attribuire a sé o ad altri. Le comunità primitive si difendevano dalla violenza che si diffondeva e cresceva nella comunità trasferendola sulla vittima espiatoria. Questa, calamitando su di sé tutta la violenza diffusa tra i membri della comunità, realizzava con la propria espulsione la loro innocenza. Il sacrificio del capro espiatorio aveva infatti il potere di trasformare la violenza da malefica, qual è quando si aggira fra gli uomini, in benefica, quale diventa quando, rinviata al mondo divino da cui proviene, produce fra gli uomini quelle forme rituali d’ordine per scongiurarne il ritorno.
U. GALIMBERTI, Enciclopedia di psicologia, Garzanti, Milano, 2007, p. 169.

Conciliazione
Negozio privato volto alla composizione di una lite, accordo delle parti che ha per oggetto la soluzione della controversia tra loro intercorrente, adottato in presenza e previa sollecitazione di un terzo. La conciliazione in taluni casi è un filtro, obbligatorio o facoltativo, per l’accesso alla giustizia ordinaria o all’arbitrato, in altri è il mezzo per concludere tali procedimenti evitando così la decisione del giudice o dell’arbitro.
AA. VV., Enciclopedia del diritto. Aggiornamento, Giuffrè, Milano, 2000, pp. 327 e ss.

Concenzione retributiva della pena
Concezione della pena come negativo con cui rispondere al negativo del reato, come male da infliggere al reo per compensare il male da lui commesso. Trae fondamento nella teoria hegeliana secondo la quale il reato è negazione della legge e, pertanto, rispondendo ad esso con la pena, che è negazione del reato, si riconferma la legge. Tale concezione è intrinsecamente connessa all’idea della giustizia come bilancia i cui piatti rimangono in bilico solo se su quello della risposta al reato viene posta un’afflizione di pari entità rispetto a quella che il reato ha cagionato.
L. EUSEBI, Dibattiti sulle teorie della pena e mediazione, in Riv. it. dir. e proc. pen., 1997, 3, pp. 811 e ss.

Conflitto sociale
Identifica un tipo di interazione più o meno cosciente tra due o più soggetti individuali o collettivi, caratterizzata da una divergenza di scopi tale da rendere oggettivamente necessario, o far apparire soggettivamente indispensabile, a ciascuna delle parti, il neutralizzare o deviare verso altri scopi o impedire l’azione altrui, anche se ciò comporta sia infliggere consapevolmente un danno, sia sopportare costi relativamente elevati a fronte dello scopo che si persegue.
L. GALLINO, Dizionario di sociologia, Utet, Milano, II ed., 1993, voce “conflitto”, p. 151.

Note

1.E. WIESNET, Pena e retribuzione: la riconciliazione tradita. Sul rapporto fra cristianesimo e pena, trad. it. a cura di L. EUSEBI, Giuffré, Milano, 1987, p. XV.
2.Nel panorama dottrinale penalistico italiano un numero sempre maggiore di autori, muovendo dalla constatazione della crisi del diritto penale moderno e delle forme retributive della sanzione penale, si impegnano nella ricerca di forme alternative di soluzioni al delitto, cfr. G. FIANDACA, E. MUSCO, Diritto Penale. Parte generale, Zanichelli, Bologna, 2007, pp. 329-331; F. GIUNTA, Oltre la logica della punizione: linee evolutive e ruolo del diritto penale, in G. MANNOZZI, F. RUGGERI (a cura di), Pena, riparazione, riconciliazione. Diritto penale e giustizia riparativa nello scenario del terzo Millennio, Atti del Convegno di Como, 13-14 maggio 2005, Insubria University Press, Varese, 2007; G. FIANDACA, C. VISCONTI, Punire, mediare riconciliare. Dalla giustizia penale internazionale all’elaborazione dei conflitti individuali, Giappichelli, Torino, 2009; F. PALAZZO, R. BARTOLI, La mediazione penale nel diritto italiano e internazionale, Firenze University Press, Firenze, 2011; oltre a I. MARCHETTI, C. MAZZUCATO, La pena “in castigo”. Un’analisi critica su regole e sanzioni, Vita e Pensiero, Milano, 2006.
3.V. A. GARAPON, Lo stato minimo. Il neoliberalismo e la giustizia, Cortina Raffaello, Milano, 2012.
4.G.V. PISAPIA, Editoriale, in Rassegna Italiana di criminologia, II, n. 4, 1993.
5.Il richiamo è a UNITED NATIONS, ECONOMIC AND SOCIAL COUNCIL, Basic Principles on the Use of Restorative Justice Programmes in Criminal Matters, Risoluzione n. 12/2002, in dottrina, A. CERETTI – G. MANNOZZI, “Restorative Justice. Theoretical Aspects and Applied Models”, in Offenders and Victims. Accountability and Fairness in the Justice Process. Contribution to the Tenth United Nations Congress on the Prevention of Crime and the Treatment of Offenders, Vienna, 2000; COMITATO DEI MINISTRI DEL CONSIGLIO D’EUROPA, Raccomandazione 99(19) del settembre 1999, concernente la Mediation in penal matters; si vedano anche le osservazioni contenute in: A. CERETTI, G. MANNOZZI, Restorative Justice. Theoretical Aspects and Applied Models, in AA.VV., Offenders and Victims: Accontability anf Fairness in the Justice Process, Milano, 2000; recentemente da segnalare l’emanazione della Direttiva 2012/29/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 25 ottobre 2012 che istituisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato.
6.Anche in sede internazionale, si possono osservare programmi di Giustizia riparativa, applicate per tentare di risolvere le conseguenze di efferati crimini contro l’umanità. Emblematico l’esempio della Commissione per la verità e la riconciliazione istituita nel Sudafrica per superare i problemi di giustizia legati alla transizione dal regime dell’apartheid alla democrazia. I modelli di intervento a carattere riparativo-riconciliativo possono giocare un ruolo fondamentale nella composizione dei conflitti e nell’emersione della verità, v. G. FIANDACA, Gli obiettivi della giustizia penale internazionale tra punizione e riconciliazione, in F. PALAZZO, R. BARTOLI (a cura di), La mediazione penale nel diritto italiano e internazionale, Firenze University Press, Firenze, 2011, pp. 110 e ss.).
7.Si veda in sintesi, F. SCAPARRO (a cura di), Il coraggio di mediare. Contesti, teorie e pratiche di risoluzioni alternative delle controversie, Guerini e Associati, Milano, 2001.
8.Z., BAUMAN, In search of politics, 1999, trad. it. a cura di G. BETTINI, La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli, Milano, 2000; più strettamente attinente al rapporto di interconnessione tra il neo-liberismo e i tassi di ipercarcerazione, cfr, Z. BAUMAN, Social issues of law and order, in British Journal of Criminology, vol. II, n.40, 2000, pp. 205-221.
9.D. GARLAND, La cultura del controllo. Crimine e ordine sociale nella società contemporanea, trad. it. a cura di A. Ceretti, Net, 2007, pp. 301, ss.
10.D. GARLAND, La cultura del controllo, cit. p. 302; si veda anche il contributo di G. FORTI, Explete poenologi munus novum: dal controllo delle “variabili usurpatrici” alla stimolazione della “flessibilità del sistema”, Intervento al Convegno, Silete poenologi in munere alieno. Teoria della pena e della scienza penalistica, oggi, Macerata, 17-18 febbraio 2005.
11.Si rimanda a, M. FOUCAULT, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Torino, Einaudi, 2005.
12.E. NAEGELI, Il male e il diritto penale, in La funzione della pena: il commiato da Kant e da Hegel, a cura di L. EUSEBI, Giuffrè, Milano, 1989, pp. 60-61.
13.Senza pretese di esaustività, si rinvia per una bibliografia essenziale a J. BRAITHWAITE, Restorative Justice and Responsive Regulation, 2002; P. MC COLD, Primary Restorative Justice Practices, in Restorative Justice for Juveniles. Conferencig, Mediation and Circles, in A. MORRIS – G. MAXWELL (edited by), Hart Publishing, Oxford, 2001; T. WACHTEL, Dreaming of a New Reality: How restorative practices reduce crime and violence, improve relationships and strengthen civil society. The Piper’s Press, Bethlehem, 2013; H. ZEHR, Changing Lenses: A New Focus for Crime and Justice, Herald Press, Scottdale, 1990.
14.M.S. UMBREIT, M. PETERSON ARMOUR, Restorative Justice Dialogue. An essential Guide for Research and Practice, Springer, New York, 2011, P. 137; dello stesso autore, da anni impegnato in progetti attivi di restorative justice, si veda anche M.S. UMBREIT, The Handbook of Victim-Offender Mediation, Jossey-Bass, San Francisco, 2000; ID., Victim meets Offender. The impact of Restorative Justice and Mediation, in Criminal Justice Press, Willow Tree Press, New York, 1994; M.S. UMBREIT, A.W. ROBERTS, Mediation of criminal conflict in England: An assessment of services in Coventry and Leeds, Center for restorative Justice & Peacemaking, University of Minnesota, 1996, oltre al portale del Centro di Giustizia riparativa da lui diretto: http://www.cehd.umn.edu/ssw/rjp.
15.Sul concetto relazionale di crimine, come molecola composita di variabili atomiche interagenti tra loro, si rinvia a G. FORTI, L’immane concretezza. Metamorfosi del crimine e controllo penale, Cortina Raffaello, Milano, 2000, pp. 287, ss.
16.A. CERETTI, Mediazione penale e giustizia. Incontrare una norma, in Scritti in ricordo di Giandomenico Pisapia, vol. III, Giuffrè, Milano, 2000, p. 727.
17.F. PALAZZO, Presentazione, in F. PALAZZO, R. BARTOLI (a cura di), La mediazione penale nel diritto italiano e internazionale, Firenze University Press, Firenze, 2011, pp. VII e ss.
18.In dottrina si rileva l’importanza del tema della strumentalizzazione della vittima per ragioni punitive, in, M. BERTOLINO, Il reo e la persona offesa, il diritto penale minorile, in Trattato di diritto penale, Giuffrè, Milano, 2009, p. 238; in merito al rischio di creare una contrapposizione tra le parti, esaltando il ruolo della vittima rispetto a quella del criminale, si veda, G. FORTI, L’immane concretezza, cit., p. 262, ss.
19.C. MAZZUCATO, Appunti per una teoria ‘dignitosa’ del diritto penale a partire dalla restorative justice, in Dignità e dritto: prospettive interdisciplinari, in Quaderni Dipartimento di scienze giuridiche, Università Cattolica del Sacro Cuore, Piacenza, n.2/2010, p. 106.
20.L. EUSEBI, Dirsi qualcosa di vedo dopo il reato: un obiettivo rilevante per l’ordinamento giuridico?, in Criminalia, 2011, p. 673; dello stesso autore che ha fatto del tema un elemento centrale della propria ricerca, Id., Dibattiti sulle teorie della pena e «mediazione», in Rivista italiana di diritto e procedura penale, 3, 1997; Id., La pena in crisi. Il recente dibattito sulla funzione della pena, Morcellania, Brescia, 1990; Id., Riforma del sistema sanzionatorio penale: una priorità elusa? Sul rapporto tra riforma penale e rifondazione della politica criminale, in L. PICOTTI, G. SPANGHER (a cura di), Verso una giustizia penale “conciliativa”: il volto delineato dalla legge sulla competenza penale del giudice di pace, Giuffrè, Milano, 2002. (top)
21.M. MAGATTI, Zygmunt Bauman: interprete del nostro tempo, introduzione a Z. BAUMAN, Una nuova condizione umana, Vita e pensiero, Milano, 2003, p. 12.
22.Si veda, A. CERETTI, L. NATALI, Cosmologie violente. Percorsi di vite criminali, Cortina Raffaello, Milano, 2009. Lo Studio sviluppa la concezione interazionista di George Herbert Mead, così come riattualizzata dal criminologo statunitense Lonnie Athens. In particolare, il riferimento è a G. H. MEAD, Mind, Self, and Society: From the Standpoint of a Social Behaviorist, trad. it., Mente, sé e società: dal punto di vista di uno psicologo comportamentista, Firenze, Universitaria G. Barbera, 1966; G.H. MEAD, The Psychology of Punitive Justice, in American Journal of Sociology, V. 23, n. 18, 1917, pp. 577-602, contenuto in, George Herbert Mead Selected Writings, a cura di A. J. RECK, Indianapolis, 1964, pp. 211-239, trad. it., La psicologia della giustizia punitiva, in E. SANTORO (a cura di), Carcere e società liberale, Giappichelli, Torino, 1998, p. 194 ss.
23.A. CERETTI, Mediazione penale e giustizia, cit., pp. 722.
24.Id, Mediazione penale e giustizia, cit., p. 722-723.
25.C. MAZZUCATO, Appunti per una teoria ‘dignitosa’ del diritto penale, cit., p. 126.
26.G. FORTI., M. CATINO, F. D’ALESSANDRO, C. MAZZUCATO, G. VARRASO (a cura di), Il problema della medicina difensiva. Una proposta di riforma in materia di responsabilità penale nell’ambito dell’attività sanitaria e gestione del contenzioso legato al rischio clinico, Edizioni ETS, Pisa, 2010.
27.Il tentativo di mediazione che il Giudice di Pace è chiamato a esperire può avvenire attraverso un ufficio di mediazione o assumendo egli stesso l’ufficio di mediatore. Per un’analisi della figura della mediazione all’interno del procedimento del Giudice di Pace, cfr. L. EUSEBI, Processo e sanzioni relativi alla competenza penale del giudice di pace: il ruolo del principio conciliativo, in Competenza penale del giudice di pace e “nuove” pene non detentive, in L. PICOTTI, G. SPANGHER (a cura di), Giuffrè, Milano, 2003, pp. 55-77; C. MAZZUCATO, Mediazione e giustizia riparativa in ambito penale. Fondamenti teorici, implicazioni politico-criminali e profili giuridici, in G. COSI, M. A. FODDAI (a cura di), Lo spazio della mediazione, Giuffrè, Milano, 2003, pp. 151-167; G. MANNOZZI, La giustizia senza spada. Uno studio comparato su giustizia riparativa e mediazione penale, Giuffrè, Milano, 2003, in particolare, pp. 314-321.
28.V. PATANÈ, La legislazione minorile vigente e le nuove tipologie criminali, in M. BARILLARO (a cura di), Il nucleo familiare alle radici del crimine, Milano, 2005, pp. 235-239; E. LANZA, Mediazione e procedimento penale minorile, in A. PENNISI (a cura di), La giustizia penale minorile: formazione, devianza, diritto e processo, Milano, 2004, pp. 433 ss.; M. ZANCHETTI, Il processo penale minorile: un fiore all’occhiello del sistema giudiziario italiano, in G. INGRASCÌ – M. PICOZZI (a cura di), Giovani e crimini violenti: psicologia, psicopatologia e giustizia, Milano, 2002, pp. 247-262. L. PICOTTI, La mediazione nel sistema penale minorile, CEDAM, Padova, 1998.
29.M. BENASAYAG, A. DEL REY, Elogio del conflitto, Feltrinelli, Milano, 2008, pp. 96-97.