Sul significato di una rinuncia globalizzata alla pena di morte

– di Luciano Eusebi – (*)

1. L’esigenza vitale di una giustizia senza vendetta.

L’umanità non appare in grado di poter sopravvivere a lungo secondo le dinamiche di giustizia del passato: essa dispone da molti decenni di strumenti bellici idonei a distruggerla ed è ormai così complessa nella trama di rapporti che la caratterizzano da risultare ingovernabile secondo gli strumenti tradizionali. Il superamento generalizzato della pena di morte, in questa prospettiva, segnala la volontà di porre al centro dei rapporti giuridici, ma anche dei rapporti internazionali, un modello della giustizia più adatto ai nostri tempi.
Da tempo immemorabile, infatti, la giustizia è stata concepita secondo il modello della corrispettività, se si vuole della bilancia: si risponde al bene col bene, ma al male, a ciò che si giudica negativamente, si risponde in modo altrettanto negativo.
L’idea che al negativo debba rispondersi con il negativo ha rappresentato, del resto, il più potente moltiplicatore della violenza nella storia umana. Si pensi solo alla circostanza per cui le teorizzazioni del concetto di guerra giusta (di infinite guerre qualificate giuste) sono sempre state le medesime cui s’è fatto ricorso per giustificare sanzioni penali ispirate, pur sempre, allo schema della ritorsione (o della vendetta) e, segnatamente, per giustificare proprio la pena di morte(1).
Il fatto è, tuttavia, che l’incontro con il negativo non costituisce per nulla un’eccezione nella vicenda umana; e che nella storia, purtroppo, spesso s’è giudicato l’altro in modo negativo non soltanto perché s’è reso responsabile di qualcosa, ma per il suo stesso esistere: quando la sua presenza non risponda agli interessi, o ai progetti, del giudicante. Così che se la nozione fatta propria della giustizia è quella della corrispettività, essa offre l’alibi per giustificare, di fatto, qualsivoglia agire negativo nei confronti dell’altro (gli stessi massimi dittatori europei del ventesimo secolo non hanno che estremizzato questa prospettiva).
Se vogliamo un futuro dell’umanità, questo modo d’intendere la giustizia dev’essere urgentemente riveduto.
Ed è in questo senso che quanto si discute circa la nozione di giustizia nell’ambito giuridico-penale – quanto si discute circa la stessa pena di morte – costituisce, a ben vedere, la manifestazione esemplare di una problematica ben più vasta, concernente una gamma assai estesa delle relazioni intersoggettive, sociali e internazionali.
Una nozione diversa della giustizia esigerà, pertanto, che dinnanzi al male, al negativo comunque si manifesti – alla frattura dei legami, ma anche a ogni altro che ci ponga delle difficoltà o non risulti funzionale ai nostri intenti – ci si attivi secondo un criterio diverso dal male ravvisato nell’altro: vale a dire secondo un modello di risposta che non ripeta il male, ma che rappresenti pur sempre una progettazione secondo il bene di tutte le parti coinvolte. Una risposta la quale certamente potrà risultare impegnativa per chi abbia commesso un grave delitto, ma che sia in grado di rappresentare una chance anche per il suo futuro, vale a dire per una revisione della sua vita.
Sul piano dei rapporti internazionali ciò eviterà di perpetuare la logica della competizione, del chi vince e chi perde. Il che è condizione della pace, condizione certo difficile, ma necessaria. Per attuare ritorsioni non c’è bisogno di molto studio. Mentre la progettazione del bene dinnanzi al male richiede grande intelligenza.

2. Le strategie intimidative non producono prevenzione.

L’inflizione della pena di morte risponde all’idea di una prevenzione che dipenda dalla intimidazione (o deterrenza) nei confronti della collettività e dalla neutralizzazione del condannato.
Ma tali dinamiche non sono efficaci. Lo enunciava già nella seconda metà del ‘700 Cesare Beccaria con la massima chiarezza: «Parmi un assurdo che le leggi, [le quali] … detestano e puniscono l’omicidio, ne commettano uno esse medesime, e per allontanare i cittadini dall’assassinio, ne ordinino uno pubblico»(2). Piuttosto che motivare al bene, la pena di morte, infatti, delegittima nella società il valore della vita e della dignità dell’altro. Afferma Victor Hugo: «Lungi dall’essere edificante per il popolo, lo demoralizza, e guasta in esso ogni sensibilità, e quindi ogni virtù»(3).
Il ricorso alla pena di morte trascura il fatto che una prevenzione solida dipende non già dalla intimidazione, ma dalla capacità dell’ordinamento giuridico di ottenere il rispetto delle norme per scelta personale, cioè dalla capacità di guadagnare un alto livello di consenso circa l’intangibilità dei valori fondamentali – in primo luogo la vita umana – che la legge intende tutelare: proprio quei valori che la pena di morte, così come ogni punizione offensiva della dignità umana, delegittima, avallando, in tal modo, stili comportamentali violenti.
Non è un caso che le ricerche criminologiche indichino maggiori tassi di comportamento violento proprio laddove si applichi la pena di morte e che alcuni Stati abbiano abolito la pena di morte proprio all’indomani di esperienze tragiche di guerra civile (si pensi al Burundi e al Rwanda), e ciò al fine di far valere l’intento di voltare definitivamente pagina rispetto a modalità dei rapporti sociali fondati sulla sopraffazione e sulla violenza.
Se si fondasse la prevenzione sull’intimidazione, ciò richiederebbe un controllo totale dei pubblici poteri sulla società: ciò che allo Stato moderno non è possibile né sarebbe auspicabile, in quanto comporterebbe il venire meno di ogni spazio di libertà. D’altra parte, nemmeno le politiche di neutralizzazione del condannato sortiscono un risultato preventivo valido: tutta l’esperienza storica mostra infatti che la neutralizzazione di singoli condannati non incide sulla loro continua sostituzione nelle attività criminose, cioè non induce una diminuzione dei tassi di criminalità. Mentre il recupero del condannato – cioè la sua disponibilità a rielaborare criticamente il reato commesso, a impegni riparativi, al cambiamento di vita – rafforza in maniera decisiva l’autorevolezza della norma violata, producendo prevenzione. L’esperienza di una risocializzazione avvenuta contribuisce a chiudere posti di lavoro criminale e favorisce l’abbandono dell’agire antigiuridico da parte di altri membri delle organizzazioni criminose: le quali, non a caso, temono soprattutto proprio la defezione dei loro appartenenti.
Né si può trascurare come il ricorso alla pena di morte o ad altre modalità sanzionatorie che si risolvano in una ritorsione trascuri l’importanza della c.d. prevenzione primaria, cioè dell’impegno di contrasto legislativo dei fattori economici, culturali, sociali che favoriscono la criminalità (si pensi solo al ruolo di buone normative antiriciclaggio per il contrasto della criminalità organizzata); come pura trascura l’esigenza di intervenire con determinazione sui profitti economici realizzati dalle organizzazioni criminose (limitandosi a offrire, in modo simbolico, la condanna di un singolo individuo, non poche volte del tutto marginale nel panorama della criminalità, socialmente debole e non adeguatamente difeso in sede processuale).

3. L’uccisione legalizzata non offre pacificazione alle vittime.

La pena di morte, inoltre, non risponde affatto alle esigenze reali della vittima dinnanzi a un crimine grave. Può forse pensarsi che la vittima o i suoi familiari che assistano a un’esecuzione capitale escano da tale esperienza pacificati? Che da ciò derivi una reale elaborazione del dolore e della umiliazione subìti attraverso il reato? Più probabilmente, proprio l’aver assistito a quella forma di condanna necessiterà, a sua volta, di una rielaborazione psicologica, affinché non condizioni in modo negativo l’intera esistenza futura di chi sia stato presente.
Il rischio è che la pena di morte produca in chi sia stato offeso dal reato una doppia vittimizzazione, in quanto fa sì che il reato non soltanto gli abbia provocato sofferenza, ma lo abbia reso, in cero modo, peggiore: assorbendone ogni risorsa esistenziale nell’aspettativa di una vendetta e avendolo reso capace di desiderare il male, fino all’estremo della morte, di un altro individuo.
La vittima sa che quanto accaduto non può tornare indietro, che nessuna pena può cancellare il reato. Su una frattura, infatti, si può lavorare. Su di essa si può costruire una riparazione. Ma non è possibile compensarla. La vittima non ha bisogno di vendetta. Ha bisogno, piuttosto, di vedere riconosciuto che la sofferenza patita è stata un’ingiustizia: e nulla, se bene si considera, risponde maggiormente a questa esigenza del fatto che proprio chi abbia delinquito sappia riconoscere il male compiuto, sappia assumere le sue responsabilità assumendo concreti impegni personali che lo comprovino e sappia cambiare vita. Le esperienze di restorative justice, che sono andate moltiplicandosi a partire dalla Truth and Reconciliation Commission voluta in Sudafrica da Nelson Mandela, lo attestano in maniera significativa.

4. L’incompatibilità tra pena di morte e legittima difesa. Spunti di riflessione multireligiosi.

La pena di morte non può mai essere giustificata come forma di legittima difesa, perché quest’ultima attiene soltanto al contrasto di una condotta aggressiva in corso di esecuzione. Lo afferma con grande chiarezza papa Francesco, nella sua lettera del 30 marzo 2015 al Presidente della Commissione internazionale contro la pena di morte: «I presupposti della legittima difesa personale non sono applicabili all’ambito sociale, senza rischio di travisamento. Di fatto, quando si applica la pena di morte, si uccidono persone non per aggressioni attuali, ma per danni commessi nel passato. Si applica inoltre a persone la cui capacità di recare danno non è attuale, ma che è già stata neutralizzata e che si trovano private della propria libertà. Oggigiorno, [dunque], la pena di morte è inammissibile, per quanto grave sia stato il delitto del condannato. … Impedisce di conformarsi a qualsiasi finalità giusta delle pene. Non rende giustizia alle vittime, ma fomenta la vendetta. Per uno Stato di diritto, rappresenta un fallimento, perché lo obbliga a uccidere in nome della giustizia»(4).
Ma possono essere richiamate altresì alcune autorevoli voci dell’islam. Spiega Gabriel Mandel, una delle voci più autorevoli del sufismo contemporaneo: «Emerge chiaramente da tutto il contesto del Corano che occhio per occhio non significa che, se io cavo un occhio, è giustizia che tu cavi un occhio a me. Ciò sarebbe inutile, e non riparerebbe alcun danno. Significa che se cavo un occhio a te, debbo sopperire alla mancanza procurata sovvenendo per tutta la vita in modo adeguato alla tua menomazione…»(5). Mentre Khaled Fouad Allam, nella sua introduzione al Corano tradotto in italiano dallo stesso Gabriel Mandel(6), afferma: «Oggi è tempo di riportare il discorso coranico al centro delle grandi questioni dell’umanità, riproponendo le due domande essenziali: quelle incentrate sul mistero della vita e sul come vivere insieme. Non dobbiamo dimenticare che il monoteismo trascende la conflittualità insita nella storia stessa dell’umanità: in esso si dovrebbero superare le diversità etniche, culturali e religiose. In questo senso l’islam ha una vocazione essenzialmente abramitica». Analogamente Dalil Boubakeur, rettore della moschea e dell’Università islamica di Parigi, rimarca come per l’Islam «la riparazione e il perdono [siano] preferibili alla perpetuazione della vendetta e particolarmente all’antica legge del taglione»(7).
In maniera non diversa, nell’ambito ebraico, Haim Baharier, uno tra i principali studiosi di ermeneutica biblica, parla di un «debito di giustizia», che consegue sempre a una «relazione mancata», il quale «va pagato con un atto relazionale non passivo», volto a ricostituire un legame, in cui si sostanzia la misericordia(8).
E potrebbe richiamarsi altresì tutta la tradizione non violenta del pensiero orientale. Così come l’orientamento riconciliatico dell’intera giustizia tradizionale africana, cui oggi, finalmente, si dedicano studi significativi.
Valgano peraltro, ancora, alcune parole sofferte di papa Francesco: «Può verificarsi – così nel discorso rivolto a una delegazione dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale il 23 ottobre 2014(9) – che gli Stati tolgano la vita non solo con la pena di morte e con le guerre, ma anche quando pubblici ufficiali si rifugiano all’ombra delle potestà statali per giustificare i loro crimini. Le cosiddette esecuzioni extragiudiziali o extralegali sono omicidi deliberati commessi da alcuni Stati e dai loro agenti, spesso fatti passare come scontri con delinquenti o presentati come conseguenze indesiderate dell’uso ragionevole, necessario e proporzionale della forza per far applicare la legge. In questo modo … la pena di morte, illegalmente e in diversi gradi, si applica in tutto il pianeta».
Si tratta di un monito amaro, che tuttavia rappresenta un invito il quale responsabilizza, e fors’anche entusiasma, tutti noi – autorità e rappresentanti dei nostri popoli – al massimo impegno personale per un futuro migliore!

Note

*Introduzione alla tavola rotonda svoltasi nell’ambito del convegno, promosso dalla Comunità di S. Egidio, A world without death penalty – IX International Congress of Ministers of Justice, Roma, 22-23 febbraio 2016.

1. Si consenta il rinvio a L. EUSEBI, Motivazioni politico-criminali della rinuncia alla pena di morte, in AA.VV., Per un XXI secolo senza pena di morte, Leonardo International, Milano, 2009, pp. 63 ss.; C. BRESCIANI – L. EUSEBI (a cura di), Ha ancora senso parlare di guerra giusta? Le recenti elaborazione della teologia morale, Edizioni, Bologna, 2010.
2. Vd. C. BECCARIA, Dei delitti e delle pene (1764), § XXVIII, in Edizione nazionale delle opere di Cesare Beccaria diretta da L. Firpo, vol. I, Mediobanca, Milano, 1984, pp. 93.
3. Vd. V. HUGO, L’ultimo giorno di un condannato a morte (1832), trad. it. di M. Enoch, Newton Compton, Roma, 1993, p. 30 (Introduzione).
4. La Lettera è pubblicata, insieme al Discorso del Santo Padre Francesco alla delegazione dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale (23 ottobre 2014), con un commento di chi scrive, anche in Rivista italiana di diritto e procedura penale, LVIII, 2015, 1, pp. 469 ss.
5. Vd. G. MANDEL, Pace, giustizia, equità. tra i più bei nomi di Dio, in Humanitas, LIX, 2004, 2, p. 295.
6. Vd. K. FOUAD ALLAM, Leggere e rileggere il Corano, quarta pagina della Introduzione a Il Corano, trad. di G. Mandel, UTET, Torino, 2006.
7. Vd. D. BOUBAKEUR, Colpevolezza e punizione nell’Islam, in Humanitas, LIX, 2004, 2, p. 288, ove spiega altresì che «l’Islam in numerosi versetti del Corano ricorda il comportamento di giustizia equa raccomandato da Dio, ossia sforzarsi di non rispondere al male con il male».
8. Vd. H. H. BAHARIER, La giustizia sul trono della misericordia nel giudaismo, in Humanitas, LIX, 2004, 2, p. 274.
9. Vd. supra, nota 4.

Luciano Eusebi

Ordinario di Diritto penale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano